Diletta

Questo racconto è stato scritto per il concorso “Menostorie”. Lughezza predefinita, tema ironico. Bon Appétit!

Diletta

Ci sono dei giorni in cui ti senti svuotato. Vi è mai capitato? Inizia con un piccolo mal di testa, un istante prima sei felice, completamente appagato dal tuo essere ed un attimo dopo, vieni travolto dalla vita. Tutto intorno comincia a cambiare: le tue convinzioni si ribaltano, ruotano, ti senti sottosopra. E poi viene il freddo. Non è proprio lo stesso freddo che si sente quando si sta aspettando l’autobus sotto la pioggia, non ci sono taxi e il vicino fuma un sigaro che odora di zampirone, ma è lo stesso senso di gelo che sembra quasi partire dall’interno. I brividi della solitudine. E pensare che pochi mesi fa, di questi tempi avevo una moglie. Diletta è stata l’unica, la sola, che mi abbia mai rubato il cuore. Mai nessun altra mi è stata vicina così a lungo. Tra di noi c’era un feeling, una attrazione cosmica che ci faceva stare accanto l’un l’altra senza sentirci soffocati: l’ideale di ogni rapporto di coppia.

Vivevamo le nostre esistenze indipendentemente l’uno dall’altra ma sempre con questo Karma che ci univa. Così, ci sposammo.

Tutti e due andavamo orgogliosi delle nostre fedi di plastica. Le sfoggiavamo accanto ai nostri amici, come se fossero non solo il simbolo, ma una promessa eterna; anche se poi l’eternità è più che altro un idea che non un dato di fatto. Inevitabilmente arriva la fine di ogni rapporto. Così, anche per noi, l’eternità ad un certo punto finì.

Era ottobre, Diletta senza dire una parola si tolse la fede e se ne andò; ed io, ne fui quasi sollevato. Sì insomma non si può stare con la stessa lattina per tutta una vita! Andiamo! Il mondo è pieno di lattine, di ogni genere e contenuto! E quando anche io verrò bevuto, non avrò rimpianti. Avrò vissuto la vita fino all’ultimo sorso.
EÂ’ ora! Arrivano il mal di testa, il freddo e il senso di vuoto. Speriamo almeno di essere riciclato correttamente. In fondo, sono Buddista!

(Edoardo Montanari)

Il Cercatore

Indovinate un po’? Questo racconto l’ho scritto per Parole in Corsa 2007… comincio a sentirmi monotono… Enjoy!

 

<<Quelle braccia sono troppo magre – pensò – e delle braccia troppo magre non stringono bene. Non sono… vive>>.

Vide un’altra donna, decisamente più in carne. Spense la sigaretta, e ne accese subito un’altra. << D’altro canto, delle braccia troppo grasse, dopo poco diventano sudate ed appiccicaticce; come quelle di Valeria, gran bella donna Valeria ma, mancava di qualcosa. Forse le braccia potevano anche andare, ma era troppo goffa.>>

Pensato questo, si guardò nuovamente intorno. Nessuna donna da circuire o sedurre. E il suo obiettivo era sempre più lontano. Si era fatto tardi e la strada, ancora per poco, piena di auto, stava per diventare area pedonale.

Cinque uomini in divisa stavano mettendo a terra i segnali per bloccare il traffico, lenti e misurati nei movimenti come se non volessero sprecare troppe energie per eseguire un ordine in cui non credono. Spense la quarta sigaretta fumata negli ultimi venti minuti, e prese la macchina per cambiare zona.

Mentre la macchina procedeva a passo d’uomo per le strade, guardava le donne, soprattutto le loro braccia, perché è lì, diceva, che si può capire se sanno amare.

E’ facile mentire con le parole, ma è impossibile mentire con il corpo. Suo nonno diceva che la stretta di mano è il primo e il più genuino modo di presentarsi: ti fa capire se la persona che hai di fronte è sincera o pronta a fregarti. E Pierre aveva scritto un suo piccolo corollario alla regola: L’abbraccio è il primo modo in cui si manifesta l’amore. Da quello è possibile capire la profondità del sentimento.

Parcheggiò velocemente e si incamminò verso il centro del secondo paese. Anche questa volta niente, nessuna donna corrispondeva ai requisiti che si era imposto. Spense un’altra sigaretta e tornò verso il parcheggio della macchina. Sul lato della strada, nascosta da una piccola siepe, c’era una macchina che ondeggiava su e giù sugli ammortizzatori. Il buio del posto impediva a Pierre la visuale, ma si potevano sentire delle voci provenire dall’interno. Al grido di:”Sì Sì!” detto da una voce femminile, corrispondevano le parole: “Te li meriti tutti! Te ne darò il doppio!” di una voce maschile.

Dopo pochi secondi, la macchina smise di sussultare e una donna uscì dalla portiera del passeggero. Vestita di pochi indumenti sgualciti, la donna, salutò l’uomo ammiccandogli e ondeggiando i fianchi. Poi tornò sul ciglio della strada, sotto il lampione, aspettando un altro cliente.

Pierre la guardò. Era perfetta: le braccia della giusta dimensione, le spalle muscolose ma non troppo. Tutto sembrava apposto. Si avvicinò e le chiese il prezzo.

<<Trenta bello, ti va?>>

<<E per un abbraccio?>> chiese Pierre.

La donna lo squadrò dalla punta dei piedi fino alla cima dei capelli.

<<Dici sul serio?>>

Pierre annuì con fermezza. La donna continuò a fissarlo negli occhi e poi, con la freddezza di un commerciante a cui hai appena chiesto lo sconto, disse:

<<Cinquanta>>

<<Ok>> rispose fermamente Pierre.

<<Anticipati>> aggiunse la donna.

Si appartarono in un logo buio poco lontano, dove la donna cominciò ad abbracciarlo. Pierre si abbandonò dolcemente alla stretta della donna. Spostò più volte la testa per trovare la posizione ottimale.
La presa della donna era fredda ed impersonale, ma a tratti lasciava trasparire un briciolo di amore. Ma dell’amore che si paga o di quello interessato, Pierre non sapeva cosa farsene. Aveva già avuto decine di donne che lo avevano sedotto solo per i soldi, o per la bella macchina, o per i vestiti di marca che regalava alle poche che erano riuscite ad ingannarlo; e a fargli credere che lo amavano.

Rispose alla stretta della donna con decisione, poi sempre più forte fino a farle male. Lei cercò invano di divincolarsi. Con la stessa fermezza con cui aveva lasciato le altre sue donne, Pierre, finì di stringerla. Fino alla fine. Dopo alcuni minuti, la fece cadere per terra. Morta.

Si guardò intorno per cercare eventuali testimoni. La strada era deserta ed i pochi suoni e voci provenivano dal centro del paese dove la festa continuava a svolgersi senza il minimo intoppo. Pierre accese la macchina lasciando i fari spenti, e lentamente si allontanò.

Si era fatto tardi, ma non aveva voglia di tornare a casa. Così si fermò in un giardino pubblico. Il fresco della sera profumava di sangue e la fontana spruzzava con cadenza matematica gli zampilli nell’acqua.

Il posto che aveva scelto per sedersi sembrava dominare il tempo e lo spazio. Non avrebbero impiegato molto a risalire a lui: lÂ’uomo della macchina lo aveva guardato a lungo prima di andarsene, e non era sicuro che la strada fosse stata realmente vuota. Aveva reagito come se tutto fosse stato naturale, sia lÂ’omicidio che la fuga. Ma poco importava. Se nessuno era in grado di dargli un vero abbraccio, tanto valeva passare il resto della propria vita in carcere.

Era sdraiato, evidentemente si era addormentato senza accorgersene, quando sentì qualcosa che lo stringeva al collo.

Aprì gli occhi, e vide un bambino di circa due anni che gli sorrideva.

<<Devi smetterla di abbracciare tutti!>> disse la signora mentre lo strattonava via e, in distanza, una macchina dei carabinieri si era fermata a guardarlo.