Schivò il coltello

A volte, hai solo voglia di scrivere, così escono fuori questi piccoli racconti.

Schivò il coltello che gli veniva incontro gettandosi a sinistra e ruotando il corpo dalla parte opposta, come gli era stato insegnato al corso di arti marziali.
Era sbilanciato e stava per cadere ma, appoggiando a terra la mano destra, riuscì a fare perno ed a darsi lo slancio per tornare in piedi velocemente.
Cominciò allora a saltellare sul posto per concentrarsi e non essere preso alla sprovvista. Gli occhi fissi sul nemico e la determinazione che trasudava dai pori assieme all’adrenalina erano tutto ciò di cui aveva bisogno perché questa era la volta buona, se lo sentiva: avrebbe sconfitto il Nemico ad ogni costo. Anche a rischio di pedere un braccio.
Improvvisamente, un calcio comparve dal basso e gli sfiorò lo zigomo. Bruce riuscì a piegarsi all’indietro sferrando un potente calcio nel petto dell’aggressore che, però, parve non subire alcun danno visibile.
Il Nemico restò a guardarlo mentre Bruce, con un salto laterale, schivò il vaso di fiori che stava cadendo dall’alto e che si frantumò in mille pezzi con un’esplosione di terra e petali.
Aveva appena commesso un’errore da dilettanti: si era illuso di averlo colpito nel vivo. Il Nemico è invincibile per definizione, questo lo sapeva, anche se sperava che fosse solo una leggenda.
Attaccare non gli era concesso, erano le regole. Poteva colpirlo in risposta, ma solo se fosse stato il Nemico in persona a sferrarlo: ciò che veniva tirato contro Bruce, doveva essere schivato. Solamente evitato. Ma anche se il Nemico avesse sferrato un colpo, quale poteva essere il suo punto debole? Forse la testa?
Si stava deconcentrando. Se ne accorse all’ultimo momento, e fu solo grazie al suo sesto senso che evitò la freccia avvelenata che stava arrivando dal buio alle spalle. Purtroppo, con il piede, schiacciò una buccia di banana sapientemente nascosta a terra che lo fece scivolare come in vecchio film in bianco e nero. Cadde. Questa volta per davvero, battendo la testa al suolo.
Si rialzò letamente. Gli attacchi erano cessati, e controllò se stesse perdendo sangue mentre la voce del Nemico si faceva sempre più forte:
-Vuole continuare? Da ora, se mi risponde sempre bene possiamo arrivare al massimo a 26.
-Sì professore – rispose Bruce – Questa volta sono abbastanza preparato.

Ir2334 Grosseto-Roma

Ho scritto questo racconto per il concorso “Scrivi sul web” indetto dalle Ferrovie dello Stato.
Non è stato selzionato ma ho deciso di darlo in pasto al web in ogni caso.

Ir2334 Grosseto-Roma

Il Treno sta entrando in stazione come nel filmato de “La Ciotat” nel 1895; ma questa volta è notte ed i treni a vapore sono un lontano ricordo. Come la serata appena trascorsa.
E’ un giorno qualsiasi del 2007; ed è solamente grazie alla mia fantasia che riesco ad unire i due eventi, così distanti tra loro da diventare piccoli attimi che galleggiano nella storia. Molecole di ossigeno respirate semplicemente, lentamente, senza accorgersene.
I treni sono più veloci, più moderni. Eppure, come quando guardiamo due persone estranee baciarsi, ed inevitabilmente la mente divaga, si astrae, ricorda, associa, così io divago, mi astraggo, ricordo la prima volta che vidi un treno entrare in quel modo. Partiva in lontananza, inclinato sulla sinistra rispetto al mio campo visivo. Lo sentivo avvicinarsi. In silenzio.
Era l’attesa del suono, la voce del locomotore, a far sussultare le mie emozioni; quel suono che qualcuno chiama rumore ma che io ho sempre chiamato casa: alla partenza per un viaggio sono sempre preso da mille preoccupazioni. Mille problemi. Il ritorno è diverso. Il ritorno è riscoprire quello che ho già visto con occhi nuovi. Per me lo è da sempre, e spero lo sia per sempre.
Il Treno si avvicina. La sorpresa di una velocità, che, a causa della prospettiva aumenta, mentre nella realtà sta diminuendo e si appresta a fermarsi è quello che mi fa tenere gli occhi incollati. Ogni volta. Come la prima volta.
Guardo l’orologio: le cinque. La logica avrebbe voluto che il treno fosse vuoto. Ma la logica, spesso, ha la peggio quando si parla di esseri umani: Il treno è pieno.
Un interregionale alla sua ultima corsa, questo è evidente, ma che ha ancora qualcosa da trasportare: decine di persone con gli sguardi assonnati, bambini riversi sulle madri o sui padri e tantissime valigie di varie forme ma tutte con lo stesso colore e con lo stesso odore. .
I loro visi li riconosco subito: sembrano fotografie di Bresson. I volti scavati e stanchi, tutti con uno sguardo penetrante e fiero: viaggiano verso la città, vengono dalla città. Si sono portati dietro tutta la loro vita. Emigrano. Italiani o stranieri che siano, viaggiano per trovare lavoro.
Un uomo di trent’anni ma che ne dimostra quaranta mi guarda assonnato dal suo posto nel corridoio. Decido di fermarmi nella parte più rumorosa di questo vecchio interregionale: vicino alle porte di discesa. Anche qui ci sono delle valigie, lo stesso colore, lo stesso odore.
Sono stanco. Una nottata passata con gli ex compagni delle superiori e ora di corsa a Roma per tornare al lavoro.
Il treno corre. La gente dorme. LÂ’uomo si alza di scatto e mi fa segno di alzarmi. Lo guardo intontito dal sonno e lui, come uno specchio fa lo stesso. Poi si scusa. Credeva mi fossi seduto sulla sua borsa di stoffa. Tutto questo lo fa senza parlare. Altre persone salgono. Il tempo scorre. Ed io. E loro. E noi.

(Edoardo Montanari)

Credits
Testi di: Edoardo Montanari
Quadro di: Barbara Pregnolato

Diletta

Questo racconto è stato scritto per il concorso “Menostorie”. Lughezza predefinita, tema ironico. Bon Appétit!

Diletta

Ci sono dei giorni in cui ti senti svuotato. Vi è mai capitato? Inizia con un piccolo mal di testa, un istante prima sei felice, completamente appagato dal tuo essere ed un attimo dopo, vieni travolto dalla vita. Tutto intorno comincia a cambiare: le tue convinzioni si ribaltano, ruotano, ti senti sottosopra. E poi viene il freddo. Non è proprio lo stesso freddo che si sente quando si sta aspettando l’autobus sotto la pioggia, non ci sono taxi e il vicino fuma un sigaro che odora di zampirone, ma è lo stesso senso di gelo che sembra quasi partire dall’interno. I brividi della solitudine. E pensare che pochi mesi fa, di questi tempi avevo una moglie. Diletta è stata l’unica, la sola, che mi abbia mai rubato il cuore. Mai nessun altra mi è stata vicina così a lungo. Tra di noi c’era un feeling, una attrazione cosmica che ci faceva stare accanto l’un l’altra senza sentirci soffocati: l’ideale di ogni rapporto di coppia.

Vivevamo le nostre esistenze indipendentemente l’uno dall’altra ma sempre con questo Karma che ci univa. Così, ci sposammo.

Tutti e due andavamo orgogliosi delle nostre fedi di plastica. Le sfoggiavamo accanto ai nostri amici, come se fossero non solo il simbolo, ma una promessa eterna; anche se poi l’eternità è più che altro un idea che non un dato di fatto. Inevitabilmente arriva la fine di ogni rapporto. Così, anche per noi, l’eternità ad un certo punto finì.

Era ottobre, Diletta senza dire una parola si tolse la fede e se ne andò; ed io, ne fui quasi sollevato. Sì insomma non si può stare con la stessa lattina per tutta una vita! Andiamo! Il mondo è pieno di lattine, di ogni genere e contenuto! E quando anche io verrò bevuto, non avrò rimpianti. Avrò vissuto la vita fino all’ultimo sorso.
EÂ’ ora! Arrivano il mal di testa, il freddo e il senso di vuoto. Speriamo almeno di essere riciclato correttamente. In fondo, sono Buddista!

(Edoardo Montanari)

Il Cercatore

Indovinate un po’? Questo racconto l’ho scritto per Parole in Corsa 2007… comincio a sentirmi monotono… Enjoy!

 

<<Quelle braccia sono troppo magre – pensò – e delle braccia troppo magre non stringono bene. Non sono… vive>>.

Vide un’altra donna, decisamente più in carne. Spense la sigaretta, e ne accese subito un’altra. << D’altro canto, delle braccia troppo grasse, dopo poco diventano sudate ed appiccicaticce; come quelle di Valeria, gran bella donna Valeria ma, mancava di qualcosa. Forse le braccia potevano anche andare, ma era troppo goffa.>>

Pensato questo, si guardò nuovamente intorno. Nessuna donna da circuire o sedurre. E il suo obiettivo era sempre più lontano. Si era fatto tardi e la strada, ancora per poco, piena di auto, stava per diventare area pedonale.

Cinque uomini in divisa stavano mettendo a terra i segnali per bloccare il traffico, lenti e misurati nei movimenti come se non volessero sprecare troppe energie per eseguire un ordine in cui non credono. Spense la quarta sigaretta fumata negli ultimi venti minuti, e prese la macchina per cambiare zona.

Mentre la macchina procedeva a passo d’uomo per le strade, guardava le donne, soprattutto le loro braccia, perché è lì, diceva, che si può capire se sanno amare.

E’ facile mentire con le parole, ma è impossibile mentire con il corpo. Suo nonno diceva che la stretta di mano è il primo e il più genuino modo di presentarsi: ti fa capire se la persona che hai di fronte è sincera o pronta a fregarti. E Pierre aveva scritto un suo piccolo corollario alla regola: L’abbraccio è il primo modo in cui si manifesta l’amore. Da quello è possibile capire la profondità del sentimento.

Parcheggiò velocemente e si incamminò verso il centro del secondo paese. Anche questa volta niente, nessuna donna corrispondeva ai requisiti che si era imposto. Spense un’altra sigaretta e tornò verso il parcheggio della macchina. Sul lato della strada, nascosta da una piccola siepe, c’era una macchina che ondeggiava su e giù sugli ammortizzatori. Il buio del posto impediva a Pierre la visuale, ma si potevano sentire delle voci provenire dall’interno. Al grido di:”Sì Sì!” detto da una voce femminile, corrispondevano le parole: “Te li meriti tutti! Te ne darò il doppio!” di una voce maschile.

Dopo pochi secondi, la macchina smise di sussultare e una donna uscì dalla portiera del passeggero. Vestita di pochi indumenti sgualciti, la donna, salutò l’uomo ammiccandogli e ondeggiando i fianchi. Poi tornò sul ciglio della strada, sotto il lampione, aspettando un altro cliente.

Pierre la guardò. Era perfetta: le braccia della giusta dimensione, le spalle muscolose ma non troppo. Tutto sembrava apposto. Si avvicinò e le chiese il prezzo.

<<Trenta bello, ti va?>>

<<E per un abbraccio?>> chiese Pierre.

La donna lo squadrò dalla punta dei piedi fino alla cima dei capelli.

<<Dici sul serio?>>

Pierre annuì con fermezza. La donna continuò a fissarlo negli occhi e poi, con la freddezza di un commerciante a cui hai appena chiesto lo sconto, disse:

<<Cinquanta>>

<<Ok>> rispose fermamente Pierre.

<<Anticipati>> aggiunse la donna.

Si appartarono in un logo buio poco lontano, dove la donna cominciò ad abbracciarlo. Pierre si abbandonò dolcemente alla stretta della donna. Spostò più volte la testa per trovare la posizione ottimale.
La presa della donna era fredda ed impersonale, ma a tratti lasciava trasparire un briciolo di amore. Ma dell’amore che si paga o di quello interessato, Pierre non sapeva cosa farsene. Aveva già avuto decine di donne che lo avevano sedotto solo per i soldi, o per la bella macchina, o per i vestiti di marca che regalava alle poche che erano riuscite ad ingannarlo; e a fargli credere che lo amavano.

Rispose alla stretta della donna con decisione, poi sempre più forte fino a farle male. Lei cercò invano di divincolarsi. Con la stessa fermezza con cui aveva lasciato le altre sue donne, Pierre, finì di stringerla. Fino alla fine. Dopo alcuni minuti, la fece cadere per terra. Morta.

Si guardò intorno per cercare eventuali testimoni. La strada era deserta ed i pochi suoni e voci provenivano dal centro del paese dove la festa continuava a svolgersi senza il minimo intoppo. Pierre accese la macchina lasciando i fari spenti, e lentamente si allontanò.

Si era fatto tardi, ma non aveva voglia di tornare a casa. Così si fermò in un giardino pubblico. Il fresco della sera profumava di sangue e la fontana spruzzava con cadenza matematica gli zampilli nell’acqua.

Il posto che aveva scelto per sedersi sembrava dominare il tempo e lo spazio. Non avrebbero impiegato molto a risalire a lui: lÂ’uomo della macchina lo aveva guardato a lungo prima di andarsene, e non era sicuro che la strada fosse stata realmente vuota. Aveva reagito come se tutto fosse stato naturale, sia lÂ’omicidio che la fuga. Ma poco importava. Se nessuno era in grado di dargli un vero abbraccio, tanto valeva passare il resto della propria vita in carcere.

Era sdraiato, evidentemente si era addormentato senza accorgersene, quando sentì qualcosa che lo stringeva al collo.

Aprì gli occhi, e vide un bambino di circa due anni che gli sorrideva.

<<Devi smetterla di abbracciare tutti!>> disse la signora mentre lo strattonava via e, in distanza, una macchina dei carabinieri si era fermata a guardarlo.

Mi Voglio Fermare

Questo ennesimo micro-racconto è stato segnalato al concorso “Poche Storie… una cosa che so dell’Italia”. Decisamente critico riguardo al nostro paese.

Premiazione al Teatro Palladium di Roma. Foto di Matteo Barale. Sì lo so…. è la stessa della raccolta di poesie… uffaaa!

 

Era intento a lavorare sulle pratiche con le spalle incurvate e la testa china, quando Lionel entrò nella stanza e sgarbatamente chiese:

<<Dove diavolo è il protocollo Walker?>>. Lionel, il capo, sapeva di non poter usare la parola “cazzo” davanti al vecchio Edward. L’anziano archivista della società.

<<Settore 4 Direttrice B-32>> rispose il vecchio, senza distogliere lo sguardo dai documenti. Lionel si mosse nell’archivio con la stessa goffaggine di un gatto che cammina sul ghiaccio per la prima volta, poi uscì visibilmente soddisfatto.

<<Però, è ancora in gamba per la sua età>>, pensò Lionel mentre tornava al suo ufficio <<sarà un peccato licenziarlo, ma un computer è meno costoso e sempre disponibile>>.

<<Bastardo>> pensò Edward, <<lo so che lui e la dirigenza vogliono un computer al mio posto, ma prima di essere licenzito da quel leccaculo me ne andrò da solo.

Ventiquattro anni di onorato servizio e mai un ritardo, mai una lamentela. Ventiquattro anni di merda passati in questo ufficetto in una penombra eterna.>>

Edward tirò fuori la colazione e con noncuranza addentò il panino al tonno.

<<Bastardo>>, pensò nuovamente.

Era venuto il momento di cambiare lavoro. Città. Forse addirittura paese. Ma dove andare? L’europa non è poi così grande come sembra, ed io sono vecchio, troppo vecchio per ricominciare da capo. Troppo “obsoleto” per essere competitivo. Non rimane che cercare un posto dove morire. Un paese che mi faccia morire in santa pace.
Il protocollo Lewis è nel settore 5 Direttrice C-21.

Devo trovare un paese dove si può morire dimenticati da tutti, dove le persone se ne fregano degli altri, dove posso dormire per strada senza essere arrestato per vagabondaggio, dove posso dormire sotto i ponti senza venire scocciato da qualche ubriacone o guardiano notturno. Mi serve un paese dove nessuno fa niente di niente.

Aprì il giornale e lesse: “Italia: Niente grazia per Sofri. Il ministro della Giustizia Italiano ha detto: Nessuna grazia per un assassino.” L’articolo chiudeva con un: “Forse il ministro dimentica che in italia il problema delle carceri è disastroso. Ci sono persone pluriergastolane che escono per decorrenza dei termini mentre Sofri, ideatore del muovimento eversivo Lotta Continua, ha dimostrato in tutti questi anni di aver cambiato decisamente abitudini. Collabora con giornali e riviste. Ora lavora anche come bibliotecario. Sarà forse il prossimo, dato che Castelli non sembra esserlo, il minstro che riuscirà a rimettere in moto la giustizia in questo paese?”

Il tempo di un respiro, e il vecchio Edward uscì dallo sgabuzzino dell’archivio, passò davanti a Lionel e con un muovimento aspira ed espira gli sputò in faccia. Lionel divenne rosso, ma di un rosso carminio, intenso, quasi vescovile. Disse:”Pessima scelta, quel rosso cozza vistosamente con il verde del mio catarro. Forse dovresti provare a diventare blu”. poi uscì dalla porta nel silenzio generale e lasciandosi dietro un Lionel colante e, questa volta, blu. Perché l’immagine viene prima di tutto.

Prelevò tutti i soldi che aveva e prese il primo volo per l’italia. Quello che costava meno era in partenza in quel momento. Fece appena in tempo a salire sull’aereo prima che il portello si chiudesse e il cielo divenisse la sua strada. Appena in volo si addormetò come un sasso e arrivò a destinazione con venti minuti di ritardo.

Scese, senza bagaglio e venne subito perquisito perché aveva una faccia sospetta. Ma essendo un cittadino europeo venne anche subito rilasciato con le più sentite scuse da parte del corpo. “Non riesco a capire come possa essere successo! Si vede che lei non ha la faccia di un delinquente!” disse il capo dei capi quando ebbero finito di guardargli anche le mutande. “Ma se crede ci può fare causa. Anche se… ci vorranno anni prima che si arrivi ad una sentenza definitiva”. Edward non capì se erano scuse o minacce tanto il tono era ambiguo.

Comunque fosse uscì dall’aeroporto e prese un taxi. Arrivato a destinazione scese e chiese il conto. “Cento cinquanta euro signò”. Una bella cifretta. Tre giorni di lavoro spesi per un viaggetto in macchina. Pagò senza battere ciglio.

Da noi ci sono delle tariffe fisse, da noi non ti chiedono neanche il nome senza un motivo. Continuò nella sua riflessione senza scomporsi troppo. Da noi il cittadino viene prima di tutto. Ma qui…
Camminò per qualche ora fino a quando arrivò in Piazza Vittorio. Tirò fuori il taccuino e contò: 25 mendicanti, 30 lavavetri, 5 zingari, 125 venditori di borse e 59 venditori di Cd e Dvd contraffatti (ma questi, visto i prezzi nei negozi erano giustificati), 140 pattuglie della polizia e di quelli che qui chiamano carabinieri.

Tutti che correvano, tutti che cambiavano posto nella piazza come se fosse un immenso archivio all’aperto: disordinati come capelli arruffati dal vento.

Questo è un paese di persone che corrono senza sapere dove. Che si fermano senza sapere perché. Sono tutti elastici che rimbalzano da destra a sinistra e da sinistra destra ma che alla fine restano fermi.

Bene! Allora anche io voglio fermarmi. Mi lascerò morire sotto questo portico che contorna la piazza.

Si sedette ed il cappello gli cadde per terra. Tre secondi dopo passò una donna che gli gettò degli spiccioli, e dopo cinque minuti ne arrivò un’altra che gli lasciò un panino mezzo mangiato. Non tutti, ma molti dei passanti gli davano qualcosa. Soprattutto monete da pochi centesimi, ma c’era anche chi si fermava solo per fare due chiacchiere. Un Barista della pizza che lo ribattezzò “il contabile” per via del vestito vagamente demodé e per la sua velocità a fare i conti di quanti soldi aveva nel cappello. Una bambina che lo chiamava “signor edo”, ed Elena, una ragazza che abitava proprio davanti a dove Edward si era fermato. Lei era la più gentile di tutti, lo salautava la mattina prima di andare a lavoro. E fino al giorno successivo, lui, era felice.

Il sole sorgeva illuminando le case storiche e i resti dei muri abbattuti. Fin dalle prime luci dell’alba, il vecchio archivista aspettava di vedere che vestito si sarebbe messa, che acconciatura avrebbe sfoggiato, che sorriso gli avrebbe regalato. Non era amore, ma compagnia. La guardava correre la mattina quando era in ritardo e la ascoltava raccontare i sogni e il futuro che si stava costruendo. Lui stava seduto in attesa della morte, ma era bello vivere questi giorni, forse mesi, magari anni vedendo quella ragazza. Vedendola vivere con un obbiettivo. Vide Elena, Poi rivide Elena.

Il sole tramontò e sorse.
Poi rivide Elena
Il sole tramontò e sorse.
Poi rivide Elena.
Il sole tramontò e sorse.
Poi rivide Elena.
Il sole tramontò e sorse.
Poi rivide Elena
Il sole tamontò e sorse.
Poi rivide Elena e il sole tramontò… e basta.

Doppia Zeta

Sempre per il concorso Parole in Corsa indetto da Trambus… ho scritto un secondo racconto.. Visto il corto che ho scritto successivamente… dovevo essere ossessionato dalle zanzare 🙂

 

 

Una goccia di sudore scendeva dalla tempia al collo, ed era tutto normale per una notte d’estate passata in città. Qualche ragazzo in strada stava ancora festeggiando il sabato sera con grida e sgommate, mentre Neri cercava di dormire.

La radiosveglia, impettita e sicura del fatto proprio, continuava a segnare il tempo senza un minimo di ripensamento.

Neri si girò su di un fianco e ricominciò a contare. Uno, due, tre, quattro… centosedici… duemilaquarantasei.

Zz.

<<Una zanzara?>> si chiese. Poi il silenzio, le risate di alcune donne e quattro portiere che si chiudono. L’uomo riprese a contare ma, questa volta, barando: mille e tre…

Zz.

Un corpo non meglio identificato gli si appoggiò sul naso e Neri mosse istintivamente le narici.

Zz.

La Zanzara, adesso ne aveva la certezza, continuava imperterrita a volergli succhiare del sangue come un vampiro in miniatura che non fa altro nella vita che mangiare e riprodursi. Un vero parassita. Forse il rumore del suo volare poteva anche essere sopportato, ma il suo modo di vivere decisamente No. Era un zanzara; e lui odiava le zanzare nell’accezione più splatter del termine.

Le vene sulla fronte gli si gonfiarono, il respiro accelerò e Neri, investito dal tumulto dell’istinto, saltò giù dal letto ed accese la luce. Fece appena in tempo ad intravederla che usciva dalla camera da letto. Si precipitò nel corridoio ed accese la luce anche lì.

<<Eccola la stronzetta – borbottò fra sé – Aspettami che arrivo>>.

La Zanzara, accanto ad uno degli interruttori, lo stava aspettando quasi volesse assecondare la sua furia. Neri si avvicinò lentamente. Ora non era più un uomo, ma un felino pronto a cacciare la preda. Soppesò tutti i fattori e la mano divenne un guizzo rosa nello spazio, l’urto rimbombò per tutta la casa fino alla strada dove un antifurto cominciò a suonare. E fu il buio. Tornò tentoni in camera da letto dove, adesso, la radiosveglia taceva.

Come un borioso che pensa di avere tutte le risposte quando si trova davanti ad una domanda inaspettata, così la radiosveglia rimaneva muta e senz’anima. Neri, sempre tentoni, si diresse in cucina e si affacciò alla finestra. D’un tratto era il 1700: Nessuna luce nelle strade, nessuna finestra illuminata, nessuna insegna. Un buio atavico e definitivo si era seduto sulla città, e Neri si sentiva perso come un uomo senza idee di fronte ad una pagina bianca.

Tutto quel buio era lÂ’assenza stessa di quelle cose che lui considerava vita: le macchine parcheggiate alla rinfusa, i secchi della spazzatura, le caracce abbandonate per terra, un uomo che porta a spasso il cane. Tutto il vivente era scomparso dietro alla mancanza di luce e, con essa, anche Dio.

L’assenza della città, o meglio della sua immagine, lo faceva sentire piccolo come un granello di sabbia sul collo. Ed era solo, indiscutibilmente solo.

Alcune lacrime si fecero strada e andarono ad unirsi al sudore del sonno, altre rimasero sulle ciglia e guardarono, a loro volta, quello che era vita e che ora, non era morte.

Zz.

Neri esultò.

La Zanzara era ancora viva, quella stronza era ancora viva! Alzò la voce:<<Vieni pure! Succhiami il sangue, ti prego! Fa qualsiasi cosa ma non lasciarmi in questo buio. In questa assenza di stimoli, in questa camera a privazione sensoriale che è il mondo>>, prese fiato e gridò ancora più forte <<Pungimi! Fammi male! Fammi prudere la pelle, fammi capire che esisto, perché io, da solo, non ci riesco>>.

Ma La Zanzara smise di ronzare e Neri rimase seduto. In silenzio. Chiedendosi dove avesse sbagliato e se, prima o poi, sarebbe tornato il sole.

Ore 4 – Selezione Naturale

Una città addormentata e in piena fase r.e.m. lo guardava da fuori la finestra mentre si stiracchiava saporitamente braccia e gambe.

Si era appena svegliato da un sonno profondo ma tormentato dal solito incubo: decine, forse centinaia di facce che lo guardavano con aria di disapprovazione e biasimo. Quegli occhi, bianchi come uova sode lo facevano sentire di nuovo bambino, quando sua madre gli diceva di non prendere i giochi a Katia, la sorellina, e lui si chiedeva perchè non potesse.

Rubare i giochi degli altri e far sparire le bambole alle bambine, quello si che era facile! Quello si che era una pacchia! Ma ora i sogni lo tormentavano. Non più le mani pesanti del padre o quelle affusolate e determinate come una frusta della madre, ma i sogni: delicati come caramelle e infidi come la sabbia dopo un bagno.

Sogni di biasimo però. Il Biasimo! Che schifo di sentimento, pensò, mentre guardava la città silenziosa. Il Biasimo non è un sentimento, l’odio è un sentimento quella forza che ti permette di ottenere tutto quello che desideri, e Victor questo lo sapeva bene perchè era stato proprio l’odio a guidarlo in tutta la sua vita. L’odio per chi aveva qualcosa in più, fosse anche solo una maglietta firmata, fosse anche solamente un dvd con l’ultimo film campione di incassi.

Si sedette. Il tavolo di mogano gli era costato un occhio della testa ma era decisamente bellissimo; bellissimo e perfetto come il suo padrone.

Versò dello zucchero nella tazza, due cucchiaini, poi i fiocchi d’avena ed infine il latte freddo. Girò il tutto e cominciò il suo solito monologo interiore.

La colazione è il pasto più importante della giornata.

Gnam

Ed io lo so bene. Anni di palestra e pesi. Anni a massimizzare il mio corpo curando ogni minimo particolare estetico, ogni piccola caloria, ogni infinitesimale cellula di grasso ingerita. Mangiare e sollevare, è questa la mia routine.

Gnam

Ogni fibra è parte del tutto, ogni cellula è parte del corpo, ogni atomo è perfezione. E se tutti gli atomi sono perfetti, anche il tutto è perfetto.

Gnam

Questa volta però non si fermò come al solito ma proseguì nella sua dotta dissertazione:

Oggi è l’inizio, oggi è l’alba di un nuovo giorno.

Si alzò dalla tavola. Era nudo “come mamma l’ha fatto” anche se, a sentire lui, si era fatto da solo. Il suo corpo era una carta geografica a rilievo, una scultura di tornanti e valli senza una legenda per interpretarlo.

Si guardò allo specchio del bagno e tese tutti i muscoli, gli occhi spaziarono per tutto il riflesso. Era senz’altro un bell’uomo e la sua vita un susseguirsi di belle esperienze. Beh, forse non proprio tutte ma senz’altro la maggioranza. Ad una eventuale votazione democratica sarebbe stato chiamato un uomo fortunato, ma solamente agli occhi dei profani, agli occhi della maggioranza, agli occhi degli sfigati di turno, agli occhi di quei piccoli proletari che pensano ad arrivare a fine mese, agli occhi di quei pensionati che passano le giornate a guardare il giornalista Emilio Speranza e il suo telegiornale.

Ma visto dai suoi occhi, dentro, in realtà lui non era perfetto; ed era questo che bruciava più di ogni altra cosa. Era il momento di iniziare, di cominciare una nuova riconquista, una rivincente revenche, una rivoluzionaria rivoluzione sessantottina, una quarta repubblica, un mondo di Dei.

D’ora in poi non più il tre ma il quattro sarebbe stato il numero perfetto. Il quattro come le ore quattro della mattina del quattro aprile duemilaquattro: il giorno in cui Victor Bassi sarebbe diventato il primo a creare la perfezione. Il primo a pulire la propria vita da ogni nefandezza passata. Il primo a gridare “Io sono l’uomo nuovo, seguite il mio esempio e ripulite questo mondo da tutto questo marciume!”.

Altri lo avrebbero seguito e presto i pochi sarebbero diventati molti. I piccoli giovani perfetti sarebbero diventati un perfetto gruppo di rinnovamento, un perfetto partito. Avrebbero marciato per strada fieri della loro diversità rispetto alla massa marcia e putrida che sopravvive nel mondo, fieri della loro capacità di soffrire per una causa: la bellezza suprema. Lui, piccolo grande uomo, sarebbe stato il creatore. Un nuovo demiurgo della realtà. Ma cosa fare degli obbiettori? Come gestire il dissenso? Questa era una domanda a cui Victor non sapeva ancora rispondere.

Dopo tre secondi di pensiero perfetto la soluzione sgorgò dalla sua mente con la stessa forza di una scoreggia: Nessun dissenso. Nessuno avrebbe voluto opporsi alla perfezione del nuovo ordine.O forse, nessuno avrebbe potuto.

E alla fine, quando i pochi perfetti saranno diventati moltissimi, allora si potrà cambiare la società dall’interno. La corruzione che dilaga sarà sostituita dal rigore perchè solo la certezza della pena è la chiave per colpire il crimine. E la durezza. La durezza estrema.

Marceremo tutti vestiti di blu e con sorrisi perfetti, con cravatte perfette e con pensieri perfetti. Perchè la perfezione è solo una. Ed è dalla mia parte. Io che mi sono fatto da solo. Io che ho lavorato come un cane, rubato tutto il rubabile, fottuto tutto il fottibile pur di ottenere tutto. E nessuno me lo porterà via. Il corpo perfetto e la mente perfetta: uno slogan vincente. Una variante del latino “mens sana in corpore sano”. Ma chi vi avrebbe badato? Tutti sarebbero stati impegnati a ricordare e festeggiare l’uomo che ha iniziato ad aggiustare il mondo dal suo piccolo paese.

Si cominciò a vestire. Una giacca blu incorniciava una cravatta a righe blu e rosse e una camicia azzurra. Azzurra come il cielo e come la liberà, pensò Victor.

Un giorno aveva parlato di queste sue idee ad un amico, Claudio, ma lui non aveva capito. Era stato lui a segnalarlo al capo e a farlo sospendere. Beh, forse non proprio lui. Era stato lo psicologo del corpo a consigliare il suo licenziamento. Ma Claudio era stato l’inizio: Il primo. Un amico di cui si fidava ciecamente e che lo aveva tradito. Il primo a tradirlo. Per contrappasso lui sarebbe stato il primo.

Lo aveva invitato a casa a fine turno – domani faccio la nottata – aveva detto Claudio l’infame.

Nessun problema – aveva risposto Victor – devo alzarmi presto per andare fuori città. Vieni pure a fine turno.

E la pistola prese posto nella fondina.

L’orologio segnava le cinque e tra pochi minuti il futuro cadavere avrebbe suonato. Un respiro profondo, e tutta la rabbia repressa che viveva schiacciata nel cuore di Victor si spense come un fiammifero nell’acqua e lasciò posto alla determinazione. Seduto al tavolo di cucina, gli occhi fissi verso la porta, aspettava. Lentamente come una discesa in paracadute lo sfiorò l’impazienza e, alcuni minuti dopo, rapido come una caduta libera la disperazione lo strinse fino a soffocarlo. L’orologio segnava la sei e di Claudio neanche l’ombra. Nessun suono, nessun messaggio sul cellulare. Niente di niente. Silenzio.

Dove cazzo è finito? Si chiedeva. L’indice della mano destra cominciò a scattare come se stesse tirando un grilletto invisibile. Una serie di spasmi e tic nervosi coprirono il viso di Victor. Gli occhi impazzirono strizzandosi senza tregua. La mano, che oscillava impaziente, divenne quasi inarrestabile: come un ventaglio che cerca di allontanare il caldo muovendo l’aria, così la mano cercava di allontanare il ritardo muovendo il tempo.

Lo stomaco si strinse fino a diventare un….

Non ci fu il tempo per trovare una similitudine perchè il campanello suonò e tutto divenne immobile. Forse un sogno? No. Il campanello suonò di nuovo e il perfetto corpo in un perfetto vestito si diressero verso la perfetta porta che si doveva aprire sull’imperfetto Claudio. Anche lui perfetto ma nella sua infamità.

Nella sua perfetta testa si dipanò una domanda: Dirgli o no la fine che stava per fare? Dargli o no la motivazione della sua scelta? Certo. In fondo sono un democratico non un pazzo sanguinario.

Victor aprì la porta e si trovò davanti Claudio in tutta la sua stanchezza e sciatteria: un uomo alto, magro e con la barba sfatta.

–Benvenuto. Ma non ti dicono niente al lavoro di quella barba?

–No. In questi giorni sono di servizio in borghese.

–Cribbio! Hai tutte le fortune. Vieni entra pure. Vuoi un tè?

–Certo. Volentieri.

La barba non fatta di Claudio fece appena in tempo ad entrare che la mano di Victor fece tutto da sola: pistola, caricare, puntare, sparare, e un fiore di sangue si dipinse sulla parete dell’ingresso. Davanti al corpo esanime, l’uomo quasi perfetto (ancora per poco) sorrise.

Perchè dire a qualcuno che sta per morire? Democraticamente parlando non ha senso, è crudele.

Ora mi sento meglio. Mi sento più perfetto. La macchia che aveva fatto un’ombra sulla mia carriera non esiste più.

Le braccia scomposte del cadavere indicavano le cinque e quarantacinque. Victor guardò l’orologio: le sei e venti.

Claudio sei in ritardo.

E rise di gusto, rise tanto che iniziò a tossire.

Passò davanti allo specchio del bagno e si vide meno luminoso del solito, ma non ci fece caso. La reputò una cosa normale per un uomo che ha appena fatto saltare la testa ad un amico, ex-amico anzi un infame. Mise la pistola nella fondina e uscì decidendo di pulire più tardi lo sporco che si annidava all’ingresso. Chiuse la porta. La riaprì subito dopo. No. Meglio togliere tutto ora. La casa deve essere perfetta prima. Prima dell’ultimo regolamento di conti. Prima del raggiungimento della mia perfezione.

Tolti i brandelli di cervello dal battiscopa e lasciato il corpo scomposto nella doccia, Victor prese il casco e scese le scale senza fretta.

Indeciso se prendere lo scooter o l’automobile si diresse verso il parcheggio custodito vicino al suo palazzo.

Era una bellissima giornata! I gatti amoreggiavano di prima mattina, uomini e donne si recavano al mercato per trovare la frutta e la verdura migliori, gli spazzini svuotavano i cassonetti, e la pistola oscillava allegramente con la fondina sotto l’ascella di Victor, l’uomo quasi perfetto.

– Ciao Paolo – disse rivolto al guardiano.

– Buongiorno signor Bassi – rispose senza alzare lo sguardo dal giornale.

Arrivato dentro al proprio box mise in moto la dueruote guadagnata con il sudore della fronte degli altri (va bene farsi da soli ma non esageriamo) ed uscì.

Mentre il vento accarezzava delicatamente i capelli troppo perfetti per portare il casco, Paolo, il guardiano alzando gli occhi dalla pagina di politica estera vide lo scooter procedere senza nessuno che lo guidasse, anzi, qualcosa c’era: una figura trasparente che assomigliava al signor Victor Bassi appariva diafana sul sellino. Il giornale si rialzò e una voce sconsolata borbottò: continuo a non capirci un cazzo in questo mondo!

Victor intanto, mentre procedeva spedito nel traffico con abili contromano e passaggi sui marciapiedi, si confondeva sempre più con il vento. Il bianco latteo della sua persona diventava sempre meno visibile, dietro al suo perfetto corpo si potevano vedere i cartelloni sei per tre degli Outlet. I contorni del suo vestito si confondevano con il mondo circostante e con la città che si stava svegliando per una nuova, imperfetta, giornata.

Era quasi arrivato a destinazione: la casa della sua ex, Michela, distava solo pochi metri. Scese dal motorino e passò davanti ad una comitiva di ex-comunisti che sembrarono non notarlo, poi, dopo aver atteso l’ascensore, entrò e premette il dieci.

Lo specchio in cui era solito guardarsi prima di entrare a casa di Michela non c’era più. Al suo posto, una copia identica della porta di ingresso dell’ascensore. Un tromp-l’oeil di squisita fattura che sembrava reale.

Una buona opera ma di cattivo gusto qui dentro – pensò – forse i claustrofobici la potranno apprezzare ma non una persona come me, non una persona con la mia profondità e creatività, non una persona con il mio charme e la mia purezza di pensiero. Essere claustrofobici significa essere soggetti alle proprie paure e io non sono pauroso. Dirò al portiere di toglierlo. Anche se non è casa mia… sono pur sempre un cittadino che paga le tasse. E’ un mio diritto.

Suonò. Attese. Niente.

Risuonò il campanello e lei aprì la porta con tutta la sua bellezza e sensualità, con i suoi seni a sfidare la terra, con i suoi capelli vivi come serpenti della gorgone e rossi come un vino ben decantato. Il viso d’angelo, era come un quadro dove le labbra rosa si piegavano in piccoli ponti su di un ruscello di sensualità. Un Profumo di fiori di campagna invadeva il pianerottolo e tutte le scale. Quella bellezza celestiale degna del sole, quella ninfa dei boschi era lì davanti a lui. Finalmente. Nuovamente. Che sogno.

Se fosse stato meno perfetto avrebbe pianto dalla gioia.

Peccato che lei dovesse morire, ma solo dopo aver profanato nuovamente quel corpo, dopo aver assaporato il gusto di quei capezzoli, dopo aver strizzato ancora una volta quel sedere scolpito da un semi-dio.

Sfoderò tutto il suo charme.

–Ciao Michela, passavo da queste parti e mi chied…. - La porta si chiusa bruscamente.

Dopo un minuto di perfetto pensiero Victor realizzò.

Impossibile! Come si era permessa quella troietta da quattrosoldi? Chiudere la porta in faccia a Victor. Il grande Victor. Victor con un cazzo di ben dodici centimetri! Victor che viene dopo mezz’ora di sublime e perfetto sesso! Quella puttana con una fica scopata da un cavallo deve morire! Subito. Forse mi scoperò il suo corpo ancora caldo.

Suonò nuovamente e la porta che si riaprì.

–Allora? Vogliamo smetterla di  fare degli scherzi cretini?

Victor si gettò contro il corpo di Michela a testa bassa per buttarla a terra. Rotolò sul pavimento, colpì il portaombrelli, capitombolò sul fianco e finì il suo slancio contro il mobile di cristalleria di Murano. Ma non un solo vetro si ruppe. Michela era in piedi ancora davanti alla porta. Che guardava fuori in cerca di qualcuno.

Victor si rialzò. In un nuovo attacco le afferrò le gambe, inciampò nei suoi stessi piedi e prese direttamente la via delle scale fino a cadere, culo in alto, al pianerottolo del piano inferiore.

L’avevo mancata? Impossibile. Victor si guardò democraticamente tutto il corpo e si accorse di essere quasi scomparso. C’era ancora qualcosa di lui, ma niente di visibile o palpabile. Stava camminando sul crinale della follia? Perchè? Si chiese. Cosa mi sta succedendo? Ho fatto solo quello che era giusto. Forse un complotto? Si! Un complotto per non farmi rivoluzionare il mondo, un complotto ordito da… da chi? Si scervellò per ore. Invisibile e inutile il suo corpo giaceva seduto sul pianerottolo.

Perché?

Un cane gli pisciò accanto e la padrona lo sgridò, un bambino fece prendere spavento alla madre, un piazzista cercò di vendere un set di coltelli che non perdono mai il filo, un venditore di decoder digitale venne preso a male parole da inquilino.

Perchè?

Il portiere lavò le scale, una donna scivolò e si fratturò una gamba, un ragazzo consegnò una pizza e non ricevette una mancia, un altro invece sì.

Perchè?

E finalmente, dalla parte più recondita della sua perfezione, da quel lato incorruttibile dell’essere umano venne la risposta: perché persone come te non devono esistere.

E scomparì, perfettamente, dalla terra, come scompare un perfetto perfettissimo incubo.

L'uomo dalle scarpe croccanti

Questo racconto è stato scritto per il concorso Parole in Corsa, nel lontano 2004… bei tempi! Non avevo ancora i capelli grigi. Ma ero anche meno saggio. La Casa Editrice Full Color Sound lo ha pubblicato in una raccolta.

E’ stato letto durante la serata di premiazione da Pamela Villoresi.

 

<<Vuole sedersi?>> Una voce maschile che si muoveva in modo ascendente sgorgò dal nulla.

<<Certo>> risposi prontamente.

La mano dello sconosciuto prese la mia e sostenendola delicatamente, ma con fermezza, mi indicò dove sedere.

Non era certo la prima volta che qualcuno mi offriva il suo posto sulla metropolitana, per una donna cieca è quasi all’ordine del giorno, ma la voce dell’uomo aveva un suono talmente leggero nella sua profondità che rimasi quasi ipnotizzata. Una tranquillità che non avevo sentito nella voce del mio maestro Zen né in nessun’altro.

Mi concentrai per “guardarmi” intorno: la donna alla mia destra stava sfogliando il giornale, uno di quei giornali Free-press che si trovano in distribuzione gratuita. L’odore era quello di carta stampata di fresco ma, il frusciare dei fogli morbido e colloso era sicuramente di un giornale non comprato in edicola. La coppietta a poco più di un metro da me, sulla destra, stava parlando di vestiti, e la suora seduta alla mia sinistra sgranava un rosario. Ma d’un tratto mi accorsi che mancava qualcosa. Non riuscivo a sentire completamente lo spazio intorno a me. Davanti, dove era sicuramente l’uomo che mi aveva ceduto il posto, non riuscivo a sentire niente. Come un vuoto nello spazio e nei suoni.

Allungai la mano e urtai qualcosa: del velluto.

<<Sono io. Sono ancora qui>>

Ritrassi subito la mano, e dovevo essere diventata rossa perché l’uomo emise un suono simile ad una risata divertita, ma dolce come quella di un bambino.

<<Mi scusi!>> dissi imbarazzata <<credevo che non ci fosse nessuno>>.

Passammo le fermate successive senza parlare, ma potevo sentire ancora quel vuoto davanti a me.

D’un tratto un suono di scarpe croccanti si allontanò. Era l’uomo. Se ne era andato e potevo sentire nuovamente lo spazio, ma adesso quello spazio era pieno di paura. Un vuoto “deserto” aveva preso il posto dell’uomo dalle scarpe croccanti. Un vuoto come quello che c’era nella mia vita. Single, lavoratrice, sempre troppo impegnata a rendere la vita uno schema per preoccuparmi di conoscere, di innamorarmi, di vivere la mia esistenza con trasporto.

Ora quel vuoto ero io, e non volevo più esserlo.

Mi alzai di scatto e urtai contro qualcuno con un vestito di pelle.

<<Mi aiuti! Devo scendere a questa fermata.>>

<<Ma il treno sta per partire. Può sempre tornare in dietro alla prossima, è più sicuro>>

<<No. Non capisce! Devo assolutamente scendere a questa! Devo inseguire lÂ’uomo dalle scarpe croccanti!>>.

Ecco, pensai, ora mi prenderanno per una pazza.

Le porte emisero un sibilo e si chiusero. Poi si riaprirono. Un voce uscì dall’altoparlante:

<<Ci scusiamo con i passeggeri ma il treno ritarderà di tre minuti per un problema tecnico>>.

La voce con il vestito di pelle mi aiutò ad uscire.

Contando i passi mi diressi il più velocemente possibile verso l’uscita. Niente. Poi una voce che dava indicazioni in francese e nuovamente il suono di quelle scarpe. Le seguii come si segue il suono di un rubinetto che perde in una casa sconosciuta. L’uomo era la goccia che volevo vedere, l’uomo era qualcosa che sentivo di aver perduto e che volevo tornare a possedere. Lasciai il sentiero tracciato per i “non vedenti” e mi avventurai verso una strada che non conoscevo ma che sapevo essere quella giusta. Il suono era lontano e più di una volta rischiai di perderlo tra i rumori caotici di Roma. Alla fine, lo persi.

Ero arrabbiata con me stessa. Lo avevo perso per sempre e con lui, il suo viso e la sua voce. Tornai indietro e mi lasciai cadere su di una panchina che avevo superato pochi metri prima, e piansi.

Trascorsi un ora in totale isolamento. Rifiutavo i suoni della città e tutto quello che mi circondava. Era la mia sconfitta come donna e come essere umano. Se solo fossi riuscita ad isolarmi del tutto, ad annullare anche questo suono di scarpe che si avvicinava… Era lui!

<<Mi scusi!>> dissi.

<<Salve, ci rincontriamo>>

<<Veramente la stavo cercando>>

<<Anche io. Sono tornato indietro per questo.>>

Sorrisi. <<Vorrei guardarla, vorrei vedere che volto ha una persona come lei>>.

L’uomo non parlò. Prese le mie mani e le appoggiò delicatamente sul suo viso, e quando arrivai alla bocca le sue labbra si mossero per baciarle. Era lui. Era la persona che cercavo. Era l’uomo dalle scarpe croccanti.

 

Da Questo racconto il regista Dario Sicchio ha creato un cortometraggio: