Schivò il coltello

A volte, hai solo voglia di scrivere, così escono fuori questi piccoli racconti.

Schivò il coltello che gli veniva incontro gettandosi a sinistra e ruotando il corpo dalla parte opposta, come gli era stato insegnato al corso di arti marziali.
Era sbilanciato e stava per cadere ma, appoggiando a terra la mano destra, riuscì a fare perno ed a darsi lo slancio per tornare in piedi velocemente.
Cominciò allora a saltellare sul posto per concentrarsi e non essere preso alla sprovvista. Gli occhi fissi sul nemico e la determinazione che trasudava dai pori assieme all’adrenalina erano tutto ciò di cui aveva bisogno perché questa era la volta buona, se lo sentiva: avrebbe sconfitto il Nemico ad ogni costo. Anche a rischio di pedere un braccio.
Improvvisamente, un calcio comparve dal basso e gli sfiorò lo zigomo. Bruce riuscì a piegarsi all’indietro sferrando un potente calcio nel petto dell’aggressore che, però, parve non subire alcun danno visibile.
Il Nemico restò a guardarlo mentre Bruce, con un salto laterale, schivò il vaso di fiori che stava cadendo dall’alto e che si frantumò in mille pezzi con un’esplosione di terra e petali.
Aveva appena commesso un’errore da dilettanti: si era illuso di averlo colpito nel vivo. Il Nemico è invincibile per definizione, questo lo sapeva, anche se sperava che fosse solo una leggenda.
Attaccare non gli era concesso, erano le regole. Poteva colpirlo in risposta, ma solo se fosse stato il Nemico in persona a sferrarlo: ciò che veniva tirato contro Bruce, doveva essere schivato. Solamente evitato. Ma anche se il Nemico avesse sferrato un colpo, quale poteva essere il suo punto debole? Forse la testa?
Si stava deconcentrando. Se ne accorse all’ultimo momento, e fu solo grazie al suo sesto senso che evitò la freccia avvelenata che stava arrivando dal buio alle spalle. Purtroppo, con il piede, schiacciò una buccia di banana sapientemente nascosta a terra che lo fece scivolare come in vecchio film in bianco e nero. Cadde. Questa volta per davvero, battendo la testa al suolo.
Si rialzò letamente. Gli attacchi erano cessati, e controllò se stesse perdendo sangue mentre la voce del Nemico si faceva sempre più forte:
-Vuole continuare? Da ora, se mi risponde sempre bene possiamo arrivare al massimo a 26.
-Sì professore – rispose Bruce – Questa volta sono abbastanza preparato.

Ir2334 Grosseto-Roma

Ho scritto questo racconto per il concorso “Scrivi sul web” indetto dalle Ferrovie dello Stato.
Non è stato selzionato ma ho deciso di darlo in pasto al web in ogni caso.

Ir2334 Grosseto-Roma

Il Treno sta entrando in stazione come nel filmato de “La Ciotat” nel 1895; ma questa volta è notte ed i treni a vapore sono un lontano ricordo. Come la serata appena trascorsa.
E’ un giorno qualsiasi del 2007; ed è solamente grazie alla mia fantasia che riesco ad unire i due eventi, così distanti tra loro da diventare piccoli attimi che galleggiano nella storia. Molecole di ossigeno respirate semplicemente, lentamente, senza accorgersene.
I treni sono più veloci, più moderni. Eppure, come quando guardiamo due persone estranee baciarsi, ed inevitabilmente la mente divaga, si astrae, ricorda, associa, così io divago, mi astraggo, ricordo la prima volta che vidi un treno entrare in quel modo. Partiva in lontananza, inclinato sulla sinistra rispetto al mio campo visivo. Lo sentivo avvicinarsi. In silenzio.
Era l’attesa del suono, la voce del locomotore, a far sussultare le mie emozioni; quel suono che qualcuno chiama rumore ma che io ho sempre chiamato casa: alla partenza per un viaggio sono sempre preso da mille preoccupazioni. Mille problemi. Il ritorno è diverso. Il ritorno è riscoprire quello che ho già visto con occhi nuovi. Per me lo è da sempre, e spero lo sia per sempre.
Il Treno si avvicina. La sorpresa di una velocità, che, a causa della prospettiva aumenta, mentre nella realtà sta diminuendo e si appresta a fermarsi è quello che mi fa tenere gli occhi incollati. Ogni volta. Come la prima volta.
Guardo l’orologio: le cinque. La logica avrebbe voluto che il treno fosse vuoto. Ma la logica, spesso, ha la peggio quando si parla di esseri umani: Il treno è pieno.
Un interregionale alla sua ultima corsa, questo è evidente, ma che ha ancora qualcosa da trasportare: decine di persone con gli sguardi assonnati, bambini riversi sulle madri o sui padri e tantissime valigie di varie forme ma tutte con lo stesso colore e con lo stesso odore. .
I loro visi li riconosco subito: sembrano fotografie di Bresson. I volti scavati e stanchi, tutti con uno sguardo penetrante e fiero: viaggiano verso la città, vengono dalla città. Si sono portati dietro tutta la loro vita. Emigrano. Italiani o stranieri che siano, viaggiano per trovare lavoro.
Un uomo di trent’anni ma che ne dimostra quaranta mi guarda assonnato dal suo posto nel corridoio. Decido di fermarmi nella parte più rumorosa di questo vecchio interregionale: vicino alle porte di discesa. Anche qui ci sono delle valigie, lo stesso colore, lo stesso odore.
Sono stanco. Una nottata passata con gli ex compagni delle superiori e ora di corsa a Roma per tornare al lavoro.
Il treno corre. La gente dorme. LÂ’uomo si alza di scatto e mi fa segno di alzarmi. Lo guardo intontito dal sonno e lui, come uno specchio fa lo stesso. Poi si scusa. Credeva mi fossi seduto sulla sua borsa di stoffa. Tutto questo lo fa senza parlare. Altre persone salgono. Il tempo scorre. Ed io. E loro. E noi.

(Edoardo Montanari)

Credits
Testi di: Edoardo Montanari
Quadro di: Barbara Pregnolato