The Grudge (2020) – Old but good

Non sono un amante dei film horror e tendo a prediligere quelli che, per tensione e trama ti afferrano la mente, oltre che le coronarie, e quindi vi chiedo scusa.

Sono moralmente obbligato a chiedere scusa a tutti voi lettori perché quando vedo un film horror, i miei primi pensieri vanno alle case infestate, alle mosche, alla carne putrefatta ed agli immancabili vermi bianchi (le larve delle suddette mosche) che mi ricordano l’evidente schematizzazione estetica reiterata da anni, secoli, millenni. Il più classico dei classici film. Il canone standardizzato ed eletto a sistema.

L’horror classico

Per non parlare della sporcizia incrostata dei personaggi che fanno presagire immediatamente la follia, e per non parlare del disgusto che si alterna ai salti sulla sedia o del sangue onnipresente e dulcis in fundo al classico cambio di inquadrature da larga a stretta e nuovamente larga per favorire l’ingresso in campo del fantasma, di un mostro o dell’assassino di turno.

Insomma, non sono proprio un amante dell’horror classico, e forse neanche di quello moderno. Ho apprezzato però film come Sinister perché, appunto, lasciano quell’estraneamento, quell’astratto cervellotico che, devo dirlo, in The Grudge di Nicolas Pesce manca. C’è una maledizione. Una classica maledizione che viene dal rancore. Un male che si trasferisce da A a B. Tutto quì.

Eppure è un film piacevole (mi si perdoni il termine), ben strutturato e girato con tutti i crismi che servono a far sobbalzare sulla sedia, ad accelerare il respiro, a parlare per esorcizzare la paura. E’ un horror di tutto rispetto insomma.

Cosa è la paura?

Perché in fondo, la paura è questo: è l’atavica repulsione del buio, del nascosto, del non immediatamente visibile che ha portato noi animali bipedi a cercare la luce, il fuoco, la comunità (non è un caso se l’essere umano è spinto a vivere in villaggi, virtuali o meno). La solitudine è psicologicamente la porta della paura. La paura dell’estraneo, del diverso; anche inteso come diverso nell’essenza e non solo nell’estetica.

Quanta paura abbiamo di scoprire che colui o colei che ci è sempre stato vicino e che abbiamo visto tutti i giorni si dimostri qualcos’altro? Quanto abbiamo paura dell’imprevedibile? Quanto ci terrorizza il tradimento emotivo e quanto di più ci spaventa l’aver sbagliato a giudicare cioé il tradimento della nostra percezione?

E poco importa che esistano eventi implausibili (anche dal punto di vista fisico) perché è la paura quella che cerchiamo. Cerchiamo continuamente un ritorno alle origini, cerchiamo la memoria di quando il buio era il mondo durante la notte ed invocavamo il sole affinché tornasse ad illuminare la terra. Accadeva ogni giorno. Accade ancora oggi. Ma pregavamo che tornasse a splendere. Sempre.

Il Suono fa paura

Anche il suono ci può far paura. Perché nella notte, quando la vista è limitata ed il rumore di passi non lo è, siamo persi nei nostri sensi. Abbiamo la vista limitata e l’udito ancora perfettamente funzionante. E questo non ci piace. Ci fa paura. Ed è lì che il film horror gioca la sua carta. Salvo poi dissipare tutto a suon di metal.

Insomma cerchiamo la paura che ci procura il cambiamento con qualcosa che non cambia, che è routine. E questa continuità fisica, uditiva, estetica ci fa stare meglio. E’ quasi curativa. La variazione del metodico ci atterriva, e ci atterrisce ancora oggi.

Buona visione.