Ir2334 Grosseto-Roma

Ho scritto questo racconto per il concorso “Scrivi sul web” indetto dalle Ferrovie dello Stato.
Non è stato selzionato ma ho deciso di darlo in pasto al web in ogni caso.

Ir2334 Grosseto-Roma

Il Treno sta entrando in stazione come nel filmato de “La Ciotat” nel 1895; ma questa volta è notte ed i treni a vapore sono un lontano ricordo. Come la serata appena trascorsa.
E’ un giorno qualsiasi del 2007; ed è solamente grazie alla mia fantasia che riesco ad unire i due eventi, così distanti tra loro da diventare piccoli attimi che galleggiano nella storia. Molecole di ossigeno respirate semplicemente, lentamente, senza accorgersene.
I treni sono più veloci, più moderni. Eppure, come quando guardiamo due persone estranee baciarsi, ed inevitabilmente la mente divaga, si astrae, ricorda, associa, così io divago, mi astraggo, ricordo la prima volta che vidi un treno entrare in quel modo. Partiva in lontananza, inclinato sulla sinistra rispetto al mio campo visivo. Lo sentivo avvicinarsi. In silenzio.
Era l’attesa del suono, la voce del locomotore, a far sussultare le mie emozioni; quel suono che qualcuno chiama rumore ma che io ho sempre chiamato casa: alla partenza per un viaggio sono sempre preso da mille preoccupazioni. Mille problemi. Il ritorno è diverso. Il ritorno è riscoprire quello che ho già visto con occhi nuovi. Per me lo è da sempre, e spero lo sia per sempre.
Il Treno si avvicina. La sorpresa di una velocità, che, a causa della prospettiva aumenta, mentre nella realtà sta diminuendo e si appresta a fermarsi è quello che mi fa tenere gli occhi incollati. Ogni volta. Come la prima volta.
Guardo l’orologio: le cinque. La logica avrebbe voluto che il treno fosse vuoto. Ma la logica, spesso, ha la peggio quando si parla di esseri umani: Il treno è pieno.
Un interregionale alla sua ultima corsa, questo è evidente, ma che ha ancora qualcosa da trasportare: decine di persone con gli sguardi assonnati, bambini riversi sulle madri o sui padri e tantissime valigie di varie forme ma tutte con lo stesso colore e con lo stesso odore. .
I loro visi li riconosco subito: sembrano fotografie di Bresson. I volti scavati e stanchi, tutti con uno sguardo penetrante e fiero: viaggiano verso la città, vengono dalla città. Si sono portati dietro tutta la loro vita. Emigrano. Italiani o stranieri che siano, viaggiano per trovare lavoro.
Un uomo di trent’anni ma che ne dimostra quaranta mi guarda assonnato dal suo posto nel corridoio. Decido di fermarmi nella parte più rumorosa di questo vecchio interregionale: vicino alle porte di discesa. Anche qui ci sono delle valigie, lo stesso colore, lo stesso odore.
Sono stanco. Una nottata passata con gli ex compagni delle superiori e ora di corsa a Roma per tornare al lavoro.
Il treno corre. La gente dorme. L’uomo si alza di scatto e mi fa segno di alzarmi. Lo guardo intontito dal sonno e lui, come uno specchio fa lo stesso. Poi si scusa. Credeva mi fossi seduto sulla sua borsa di stoffa. Tutto questo lo fa senza parlare. Altre persone salgono. Il tempo scorre. Ed io. E loro. E noi.

(Edoardo Montanari)

Credits
Testi di: Edoardo Montanari
Quadro di: Barbara Pregnolato