Mi Voglio Fermare

Questo ennesimo micro-racconto è stato segnalato al concorso “Poche Storie… una cosa che so dell’Italia”. Decisamente critico riguardo al nostro paese.

Premiazione al Teatro Palladium di Roma. Foto di Matteo Barale. Sì lo so…. è la stessa della raccolta di poesie… uffaaa!

 

Era intento a lavorare sulle pratiche con le spalle incurvate e la testa china, quando Lionel entrò nella stanza e sgarbatamente chiese:

<<Dove diavolo è il protocollo Walker?>>. Lionel, il capo, sapeva di non poter usare la parola “cazzo” davanti al vecchio Edward. L’anziano archivista della società.

<<Settore 4 Direttrice B-32>> rispose il vecchio, senza distogliere lo sguardo dai documenti. Lionel si mosse nell’archivio con la stessa goffaggine di un gatto che cammina sul ghiaccio per la prima volta, poi uscì visibilmente soddisfatto.

<<Però, è ancora in gamba per la sua età>>, pensò Lionel mentre tornava al suo ufficio <<sarà un peccato licenziarlo, ma un computer è meno costoso e sempre disponibile>>.

<<Bastardo>> pensò Edward, <<lo so che lui e la dirigenza vogliono un computer al mio posto, ma prima di essere licenzito da quel leccaculo me ne andrò da solo.

Ventiquattro anni di onorato servizio e mai un ritardo, mai una lamentela. Ventiquattro anni di merda passati in questo ufficetto in una penombra eterna.>>

Edward tirò fuori la colazione e con noncuranza addentò il panino al tonno.

<<Bastardo>>, pensò nuovamente.

Era venuto il momento di cambiare lavoro. Città. Forse addirittura paese. Ma dove andare? L’europa non è poi così grande come sembra, ed io sono vecchio, troppo vecchio per ricominciare da capo. Troppo “obsoleto” per essere competitivo. Non rimane che cercare un posto dove morire. Un paese che mi faccia morire in santa pace.
Il protocollo Lewis è nel settore 5 Direttrice C-21.

Devo trovare un paese dove si può morire dimenticati da tutti, dove le persone se ne fregano degli altri, dove posso dormire per strada senza essere arrestato per vagabondaggio, dove posso dormire sotto i ponti senza venire scocciato da qualche ubriacone o guardiano notturno. Mi serve un paese dove nessuno fa niente di niente.

Aprì il giornale e lesse: “Italia: Niente grazia per Sofri. Il ministro della Giustizia Italiano ha detto: Nessuna grazia per un assassino.” L’articolo chiudeva con un: “Forse il ministro dimentica che in italia il problema delle carceri è disastroso. Ci sono persone pluriergastolane che escono per decorrenza dei termini mentre Sofri, ideatore del muovimento eversivo Lotta Continua, ha dimostrato in tutti questi anni di aver cambiato decisamente abitudini. Collabora con giornali e riviste. Ora lavora anche come bibliotecario. Sarà forse il prossimo, dato che Castelli non sembra esserlo, il minstro che riuscirà a rimettere in moto la giustizia in questo paese?”

Il tempo di un respiro, e il vecchio Edward uscì dallo sgabuzzino dell’archivio, passò davanti a Lionel e con un muovimento aspira ed espira gli sputò in faccia. Lionel divenne rosso, ma di un rosso carminio, intenso, quasi vescovile. Disse:”Pessima scelta, quel rosso cozza vistosamente con il verde del mio catarro. Forse dovresti provare a diventare blu”. poi uscì dalla porta nel silenzio generale e lasciandosi dietro un Lionel colante e, questa volta, blu. Perché l’immagine viene prima di tutto.

Prelevò tutti i soldi che aveva e prese il primo volo per l’italia. Quello che costava meno era in partenza in quel momento. Fece appena in tempo a salire sull’aereo prima che il portello si chiudesse e il cielo divenisse la sua strada. Appena in volo si addormetò come un sasso e arrivò a destinazione con venti minuti di ritardo.

Scese, senza bagaglio e venne subito perquisito perché aveva una faccia sospetta. Ma essendo un cittadino europeo venne anche subito rilasciato con le più sentite scuse da parte del corpo. “Non riesco a capire come possa essere successo! Si vede che lei non ha la faccia di un delinquente!” disse il capo dei capi quando ebbero finito di guardargli anche le mutande. “Ma se crede ci può fare causa. Anche se… ci vorranno anni prima che si arrivi ad una sentenza definitiva”. Edward non capì se erano scuse o minacce tanto il tono era ambiguo.

Comunque fosse uscì dall’aeroporto e prese un taxi. Arrivato a destinazione scese e chiese il conto. “Cento cinquanta euro signò”. Una bella cifretta. Tre giorni di lavoro spesi per un viaggetto in macchina. Pagò senza battere ciglio.

Da noi ci sono delle tariffe fisse, da noi non ti chiedono neanche il nome senza un motivo. Continuò nella sua riflessione senza scomporsi troppo. Da noi il cittadino viene prima di tutto. Ma qui…
Camminò per qualche ora fino a quando arrivò in Piazza Vittorio. Tirò fuori il taccuino e contò: 25 mendicanti, 30 lavavetri, 5 zingari, 125 venditori di borse e 59 venditori di Cd e Dvd contraffatti (ma questi, visto i prezzi nei negozi erano giustificati), 140 pattuglie della polizia e di quelli che qui chiamano carabinieri.

Tutti che correvano, tutti che cambiavano posto nella piazza come se fosse un immenso archivio all’aperto: disordinati come capelli arruffati dal vento.

Questo è un paese di persone che corrono senza sapere dove. Che si fermano senza sapere perché. Sono tutti elastici che rimbalzano da destra a sinistra e da sinistra destra ma che alla fine restano fermi.

Bene! Allora anche io voglio fermarmi. Mi lascerò morire sotto questo portico che contorna la piazza.

Si sedette ed il cappello gli cadde per terra. Tre secondi dopo passò una donna che gli gettò degli spiccioli, e dopo cinque minuti ne arrivò un’altra che gli lasciò un panino mezzo mangiato. Non tutti, ma molti dei passanti gli davano qualcosa. Soprattutto monete da pochi centesimi, ma c’era anche chi si fermava solo per fare due chiacchiere. Un Barista della pizza che lo ribattezzò “il contabile” per via del vestito vagamente demodé e per la sua velocità a fare i conti di quanti soldi aveva nel cappello. Una bambina che lo chiamava “signor edo”, ed Elena, una ragazza che abitava proprio davanti a dove Edward si era fermato. Lei era la più gentile di tutti, lo salautava la mattina prima di andare a lavoro. E fino al giorno successivo, lui, era felice.

Il sole sorgeva illuminando le case storiche e i resti dei muri abbattuti. Fin dalle prime luci dell’alba, il vecchio archivista aspettava di vedere che vestito si sarebbe messa, che acconciatura avrebbe sfoggiato, che sorriso gli avrebbe regalato. Non era amore, ma compagnia. La guardava correre la mattina quando era in ritardo e la ascoltava raccontare i sogni e il futuro che si stava costruendo. Lui stava seduto in attesa della morte, ma era bello vivere questi giorni, forse mesi, magari anni vedendo quella ragazza. Vedendola vivere con un obbiettivo. Vide Elena, Poi rivide Elena.

Il sole tramontò e sorse.
Poi rivide Elena
Il sole tramontò e sorse.
Poi rivide Elena.
Il sole tramontò e sorse.
Poi rivide Elena.
Il sole tramontò e sorse.
Poi rivide Elena
Il sole tamontò e sorse.
Poi rivide Elena e il sole tramontò… e basta.