Doppia Zeta

Sempre per il concorso Parole in Corsa indetto da Trambus… ho scritto un secondo racconto.. Visto il corto che ho scritto successivamente… dovevo essere ossessionato dalle zanzare 🙂

 

 

Una goccia di sudore scendeva dalla tempia al collo, ed era tutto normale per una notte d’estate passata in città. Qualche ragazzo in strada stava ancora festeggiando il sabato sera con grida e sgommate, mentre Neri cercava di dormire.

La radiosveglia, impettita e sicura del fatto proprio, continuava a segnare il tempo senza un minimo di ripensamento.

Neri si girò su di un fianco e ricominciò a contare. Uno, due, tre, quattro… centosedici… duemilaquarantasei.

Zz.

<<Una zanzara?>> si chiese. Poi il silenzio, le risate di alcune donne e quattro portiere che si chiudono. L’uomo riprese a contare ma, questa volta, barando: mille e tre…

Zz.

Un corpo non meglio identificato gli si appoggiò sul naso e Neri mosse istintivamente le narici.

Zz.

La Zanzara, adesso ne aveva la certezza, continuava imperterrita a volergli succhiare del sangue come un vampiro in miniatura che non fa altro nella vita che mangiare e riprodursi. Un vero parassita. Forse il rumore del suo volare poteva anche essere sopportato, ma il suo modo di vivere decisamente No. Era un zanzara; e lui odiava le zanzare nell’accezione più splatter del termine.

Le vene sulla fronte gli si gonfiarono, il respiro accelerò e Neri, investito dal tumulto dell’istinto, saltò giù dal letto ed accese la luce. Fece appena in tempo ad intravederla che usciva dalla camera da letto. Si precipitò nel corridoio ed accese la luce anche lì.

<<Eccola la stronzetta – borbottò fra sé – Aspettami che arrivo>>.

La Zanzara, accanto ad uno degli interruttori, lo stava aspettando quasi volesse assecondare la sua furia. Neri si avvicinò lentamente. Ora non era più un uomo, ma un felino pronto a cacciare la preda. Soppesò tutti i fattori e la mano divenne un guizzo rosa nello spazio, l’urto rimbombò per tutta la casa fino alla strada dove un antifurto cominciò a suonare. E fu il buio. Tornò tentoni in camera da letto dove, adesso, la radiosveglia taceva.

Come un borioso che pensa di avere tutte le risposte quando si trova davanti ad una domanda inaspettata, così la radiosveglia rimaneva muta e senz’anima. Neri, sempre tentoni, si diresse in cucina e si affacciò alla finestra. D’un tratto era il 1700: Nessuna luce nelle strade, nessuna finestra illuminata, nessuna insegna. Un buio atavico e definitivo si era seduto sulla città, e Neri si sentiva perso come un uomo senza idee di fronte ad una pagina bianca.

Tutto quel buio era lÂ’assenza stessa di quelle cose che lui considerava vita: le macchine parcheggiate alla rinfusa, i secchi della spazzatura, le caracce abbandonate per terra, un uomo che porta a spasso il cane. Tutto il vivente era scomparso dietro alla mancanza di luce e, con essa, anche Dio.

L’assenza della città, o meglio della sua immagine, lo faceva sentire piccolo come un granello di sabbia sul collo. Ed era solo, indiscutibilmente solo.

Alcune lacrime si fecero strada e andarono ad unirsi al sudore del sonno, altre rimasero sulle ciglia e guardarono, a loro volta, quello che era vita e che ora, non era morte.

Zz.

Neri esultò.

La Zanzara era ancora viva, quella stronza era ancora viva! Alzò la voce:<<Vieni pure! Succhiami il sangue, ti prego! Fa qualsiasi cosa ma non lasciarmi in questo buio. In questa assenza di stimoli, in questa camera a privazione sensoriale che è il mondo>>, prese fiato e gridò ancora più forte <<Pungimi! Fammi male! Fammi prudere la pelle, fammi capire che esisto, perché io, da solo, non ci riesco>>.

Ma La Zanzara smise di ronzare e Neri rimase seduto. In silenzio. Chiedendosi dove avesse sbagliato e se, prima o poi, sarebbe tornato il sole.