Ore 4 – Selezione Naturale

Una città addormentata e in piena fase r.e.m. lo guardava da fuori la finestra mentre si stiracchiava saporitamente braccia e gambe.

Si era appena svegliato da un sonno profondo ma tormentato dal solito incubo: decine, forse centinaia di facce che lo guardavano con aria di disapprovazione e biasimo. Quegli occhi, bianchi come uova sode lo facevano sentire di nuovo bambino, quando sua madre gli diceva di non prendere i giochi a Katia, la sorellina, e lui si chiedeva perchè non potesse.

Rubare i giochi degli altri e far sparire le bambole alle bambine, quello si che era facile! Quello si che era una pacchia! Ma ora i sogni lo tormentavano. Non più le mani pesanti del padre o quelle affusolate e determinate come una frusta della madre, ma i sogni: delicati come caramelle e infidi come la sabbia dopo un bagno.

Sogni di biasimo però. Il Biasimo! Che schifo di sentimento, pensò, mentre guardava la città silenziosa. Il Biasimo non è un sentimento, l’odio è un sentimento quella forza che ti permette di ottenere tutto quello che desideri, e Victor questo lo sapeva bene perchè era stato proprio l’odio a guidarlo in tutta la sua vita. L’odio per chi aveva qualcosa in più, fosse anche solo una maglietta firmata, fosse anche solamente un dvd con l’ultimo film campione di incassi.

Si sedette. Il tavolo di mogano gli era costato un occhio della testa ma era decisamente bellissimo; bellissimo e perfetto come il suo padrone.

Versò dello zucchero nella tazza, due cucchiaini, poi i fiocchi d’avena ed infine il latte freddo. Girò il tutto e cominciò il suo solito monologo interiore.

La colazione è il pasto più importante della giornata.

Gnam

Ed io lo so bene. Anni di palestra e pesi. Anni a massimizzare il mio corpo curando ogni minimo particolare estetico, ogni piccola caloria, ogni infinitesimale cellula di grasso ingerita. Mangiare e sollevare, è questa la mia routine.

Gnam

Ogni fibra è parte del tutto, ogni cellula è parte del corpo, ogni atomo è perfezione. E se tutti gli atomi sono perfetti, anche il tutto è perfetto.

Gnam

Questa volta però non si fermò come al solito ma proseguì nella sua dotta dissertazione:

Oggi è l’inizio, oggi è l’alba di un nuovo giorno.

Si alzò dalla tavola. Era nudo “come mamma l’ha fatto” anche se, a sentire lui, si era fatto da solo. Il suo corpo era una carta geografica a rilievo, una scultura di tornanti e valli senza una legenda per interpretarlo.

Si guardò allo specchio del bagno e tese tutti i muscoli, gli occhi spaziarono per tutto il riflesso. Era senz’altro un bell’uomo e la sua vita un susseguirsi di belle esperienze. Beh, forse non proprio tutte ma senz’altro la maggioranza. Ad una eventuale votazione democratica sarebbe stato chiamato un uomo fortunato, ma solamente agli occhi dei profani, agli occhi della maggioranza, agli occhi degli sfigati di turno, agli occhi di quei piccoli proletari che pensano ad arrivare a fine mese, agli occhi di quei pensionati che passano le giornate a guardare il giornalista Emilio Speranza e il suo telegiornale.

Ma visto dai suoi occhi, dentro, in realtà lui non era perfetto; ed era questo che bruciava più di ogni altra cosa. Era il momento di iniziare, di cominciare una nuova riconquista, una rivincente revenche, una rivoluzionaria rivoluzione sessantottina, una quarta repubblica, un mondo di Dei.

D’ora in poi non più il tre ma il quattro sarebbe stato il numero perfetto. Il quattro come le ore quattro della mattina del quattro aprile duemilaquattro: il giorno in cui Victor Bassi sarebbe diventato il primo a creare la perfezione. Il primo a pulire la propria vita da ogni nefandezza passata. Il primo a gridare “Io sono l’uomo nuovo, seguite il mio esempio e ripulite questo mondo da tutto questo marciume!”.

Altri lo avrebbero seguito e presto i pochi sarebbero diventati molti. I piccoli giovani perfetti sarebbero diventati un perfetto gruppo di rinnovamento, un perfetto partito. Avrebbero marciato per strada fieri della loro diversità rispetto alla massa marcia e putrida che sopravvive nel mondo, fieri della loro capacità di soffrire per una causa: la bellezza suprema. Lui, piccolo grande uomo, sarebbe stato il creatore. Un nuovo demiurgo della realtà. Ma cosa fare degli obbiettori? Come gestire il dissenso? Questa era una domanda a cui Victor non sapeva ancora rispondere.

Dopo tre secondi di pensiero perfetto la soluzione sgorgò dalla sua mente con la stessa forza di una scoreggia: Nessun dissenso. Nessuno avrebbe voluto opporsi alla perfezione del nuovo ordine.O forse, nessuno avrebbe potuto.

E alla fine, quando i pochi perfetti saranno diventati moltissimi, allora si potrà cambiare la società dall’interno. La corruzione che dilaga sarà sostituita dal rigore perchè solo la certezza della pena è la chiave per colpire il crimine. E la durezza. La durezza estrema.

Marceremo tutti vestiti di blu e con sorrisi perfetti, con cravatte perfette e con pensieri perfetti. Perchè la perfezione è solo una. Ed è dalla mia parte. Io che mi sono fatto da solo. Io che ho lavorato come un cane, rubato tutto il rubabile, fottuto tutto il fottibile pur di ottenere tutto. E nessuno me lo porterà via. Il corpo perfetto e la mente perfetta: uno slogan vincente. Una variante del latino “mens sana in corpore sano”. Ma chi vi avrebbe badato? Tutti sarebbero stati impegnati a ricordare e festeggiare l’uomo che ha iniziato ad aggiustare il mondo dal suo piccolo paese.

Si cominciò a vestire. Una giacca blu incorniciava una cravatta a righe blu e rosse e una camicia azzurra. Azzurra come il cielo e come la liberà, pensò Victor.

Un giorno aveva parlato di queste sue idee ad un amico, Claudio, ma lui non aveva capito. Era stato lui a segnalarlo al capo e a farlo sospendere. Beh, forse non proprio lui. Era stato lo psicologo del corpo a consigliare il suo licenziamento. Ma Claudio era stato l’inizio: Il primo. Un amico di cui si fidava ciecamente e che lo aveva tradito. Il primo a tradirlo. Per contrappasso lui sarebbe stato il primo.

Lo aveva invitato a casa a fine turno – domani faccio la nottata – aveva detto Claudio l’infame.

Nessun problema – aveva risposto Victor – devo alzarmi presto per andare fuori città. Vieni pure a fine turno.

E la pistola prese posto nella fondina.

L’orologio segnava le cinque e tra pochi minuti il futuro cadavere avrebbe suonato. Un respiro profondo, e tutta la rabbia repressa che viveva schiacciata nel cuore di Victor si spense come un fiammifero nell’acqua e lasciò posto alla determinazione. Seduto al tavolo di cucina, gli occhi fissi verso la porta, aspettava. Lentamente come una discesa in paracadute lo sfiorò l’impazienza e, alcuni minuti dopo, rapido come una caduta libera la disperazione lo strinse fino a soffocarlo. L’orologio segnava la sei e di Claudio neanche l’ombra. Nessun suono, nessun messaggio sul cellulare. Niente di niente. Silenzio.

Dove cazzo è finito? Si chiedeva. L’indice della mano destra cominciò a scattare come se stesse tirando un grilletto invisibile. Una serie di spasmi e tic nervosi coprirono il viso di Victor. Gli occhi impazzirono strizzandosi senza tregua. La mano, che oscillava impaziente, divenne quasi inarrestabile: come un ventaglio che cerca di allontanare il caldo muovendo l’aria, così la mano cercava di allontanare il ritardo muovendo il tempo.

Lo stomaco si strinse fino a diventare un….

Non ci fu il tempo per trovare una similitudine perchè il campanello suonò e tutto divenne immobile. Forse un sogno? No. Il campanello suonò di nuovo e il perfetto corpo in un perfetto vestito si diressero verso la perfetta porta che si doveva aprire sull’imperfetto Claudio. Anche lui perfetto ma nella sua infamità.

Nella sua perfetta testa si dipanò una domanda: Dirgli o no la fine che stava per fare? Dargli o no la motivazione della sua scelta? Certo. In fondo sono un democratico non un pazzo sanguinario.

Victor aprì la porta e si trovò davanti Claudio in tutta la sua stanchezza e sciatteria: un uomo alto, magro e con la barba sfatta.

–Benvenuto. Ma non ti dicono niente al lavoro di quella barba?

–No. In questi giorni sono di servizio in borghese.

–Cribbio! Hai tutte le fortune. Vieni entra pure. Vuoi un tè?

–Certo. Volentieri.

La barba non fatta di Claudio fece appena in tempo ad entrare che la mano di Victor fece tutto da sola: pistola, caricare, puntare, sparare, e un fiore di sangue si dipinse sulla parete dell’ingresso. Davanti al corpo esanime, l’uomo quasi perfetto (ancora per poco) sorrise.

Perchè dire a qualcuno che sta per morire? Democraticamente parlando non ha senso, è crudele.

Ora mi sento meglio. Mi sento più perfetto. La macchia che aveva fatto un’ombra sulla mia carriera non esiste più.

Le braccia scomposte del cadavere indicavano le cinque e quarantacinque. Victor guardò l’orologio: le sei e venti.

Claudio sei in ritardo.

E rise di gusto, rise tanto che iniziò a tossire.

Passò davanti allo specchio del bagno e si vide meno luminoso del solito, ma non ci fece caso. La reputò una cosa normale per un uomo che ha appena fatto saltare la testa ad un amico, ex-amico anzi un infame. Mise la pistola nella fondina e uscì decidendo di pulire più tardi lo sporco che si annidava all’ingresso. Chiuse la porta. La riaprì subito dopo. No. Meglio togliere tutto ora. La casa deve essere perfetta prima. Prima dell’ultimo regolamento di conti. Prima del raggiungimento della mia perfezione.

Tolti i brandelli di cervello dal battiscopa e lasciato il corpo scomposto nella doccia, Victor prese il casco e scese le scale senza fretta.

Indeciso se prendere lo scooter o l’automobile si diresse verso il parcheggio custodito vicino al suo palazzo.

Era una bellissima giornata! I gatti amoreggiavano di prima mattina, uomini e donne si recavano al mercato per trovare la frutta e la verdura migliori, gli spazzini svuotavano i cassonetti, e la pistola oscillava allegramente con la fondina sotto l’ascella di Victor, l’uomo quasi perfetto.

– Ciao Paolo – disse rivolto al guardiano.

– Buongiorno signor Bassi – rispose senza alzare lo sguardo dal giornale.

Arrivato dentro al proprio box mise in moto la dueruote guadagnata con il sudore della fronte degli altri (va bene farsi da soli ma non esageriamo) ed uscì.

Mentre il vento accarezzava delicatamente i capelli troppo perfetti per portare il casco, Paolo, il guardiano alzando gli occhi dalla pagina di politica estera vide lo scooter procedere senza nessuno che lo guidasse, anzi, qualcosa c’era: una figura trasparente che assomigliava al signor Victor Bassi appariva diafana sul sellino. Il giornale si rialzò e una voce sconsolata borbottò: continuo a non capirci un cazzo in questo mondo!

Victor intanto, mentre procedeva spedito nel traffico con abili contromano e passaggi sui marciapiedi, si confondeva sempre più con il vento. Il bianco latteo della sua persona diventava sempre meno visibile, dietro al suo perfetto corpo si potevano vedere i cartelloni sei per tre degli Outlet. I contorni del suo vestito si confondevano con il mondo circostante e con la città che si stava svegliando per una nuova, imperfetta, giornata.

Era quasi arrivato a destinazione: la casa della sua ex, Michela, distava solo pochi metri. Scese dal motorino e passò davanti ad una comitiva di ex-comunisti che sembrarono non notarlo, poi, dopo aver atteso l’ascensore, entrò e premette il dieci.

Lo specchio in cui era solito guardarsi prima di entrare a casa di Michela non c’era più. Al suo posto, una copia identica della porta di ingresso dell’ascensore. Un tromp-l’oeil di squisita fattura che sembrava reale.

Una buona opera ma di cattivo gusto qui dentro – pensò – forse i claustrofobici la potranno apprezzare ma non una persona come me, non una persona con la mia profondità e creatività, non una persona con il mio charme e la mia purezza di pensiero. Essere claustrofobici significa essere soggetti alle proprie paure e io non sono pauroso. Dirò al portiere di toglierlo. Anche se non è casa mia… sono pur sempre un cittadino che paga le tasse. E’ un mio diritto.

Suonò. Attese. Niente.

Risuonò il campanello e lei aprì la porta con tutta la sua bellezza e sensualità, con i suoi seni a sfidare la terra, con i suoi capelli vivi come serpenti della gorgone e rossi come un vino ben decantato. Il viso d’angelo, era come un quadro dove le labbra rosa si piegavano in piccoli ponti su di un ruscello di sensualità. Un Profumo di fiori di campagna invadeva il pianerottolo e tutte le scale. Quella bellezza celestiale degna del sole, quella ninfa dei boschi era lì davanti a lui. Finalmente. Nuovamente. Che sogno.

Se fosse stato meno perfetto avrebbe pianto dalla gioia.

Peccato che lei dovesse morire, ma solo dopo aver profanato nuovamente quel corpo, dopo aver assaporato il gusto di quei capezzoli, dopo aver strizzato ancora una volta quel sedere scolpito da un semi-dio.

Sfoderò tutto il suo charme.

–Ciao Michela, passavo da queste parti e mi chied…. - La porta si chiusa bruscamente.

Dopo un minuto di perfetto pensiero Victor realizzò.

Impossibile! Come si era permessa quella troietta da quattrosoldi? Chiudere la porta in faccia a Victor. Il grande Victor. Victor con un cazzo di ben dodici centimetri! Victor che viene dopo mezz’ora di sublime e perfetto sesso! Quella puttana con una fica scopata da un cavallo deve morire! Subito. Forse mi scoperò il suo corpo ancora caldo.

Suonò nuovamente e la porta che si riaprì.

–Allora? Vogliamo smetterla di  fare degli scherzi cretini?

Victor si gettò contro il corpo di Michela a testa bassa per buttarla a terra. Rotolò sul pavimento, colpì il portaombrelli, capitombolò sul fianco e finì il suo slancio contro il mobile di cristalleria di Murano. Ma non un solo vetro si ruppe. Michela era in piedi ancora davanti alla porta. Che guardava fuori in cerca di qualcuno.

Victor si rialzò. In un nuovo attacco le afferrò le gambe, inciampò nei suoi stessi piedi e prese direttamente la via delle scale fino a cadere, culo in alto, al pianerottolo del piano inferiore.

L’avevo mancata? Impossibile. Victor si guardò democraticamente tutto il corpo e si accorse di essere quasi scomparso. C’era ancora qualcosa di lui, ma niente di visibile o palpabile. Stava camminando sul crinale della follia? Perchè? Si chiese. Cosa mi sta succedendo? Ho fatto solo quello che era giusto. Forse un complotto? Si! Un complotto per non farmi rivoluzionare il mondo, un complotto ordito da… da chi? Si scervellò per ore. Invisibile e inutile il suo corpo giaceva seduto sul pianerottolo.

Perché?

Un cane gli pisciò accanto e la padrona lo sgridò, un bambino fece prendere spavento alla madre, un piazzista cercò di vendere un set di coltelli che non perdono mai il filo, un venditore di decoder digitale venne preso a male parole da inquilino.

Perchè?

Il portiere lavò le scale, una donna scivolò e si fratturò una gamba, un ragazzo consegnò una pizza e non ricevette una mancia, un altro invece sì.

Perchè?

E finalmente, dalla parte più recondita della sua perfezione, da quel lato incorruttibile dell’essere umano venne la risposta: perché persone come te non devono esistere.

E scomparì, perfettamente, dalla terra, come scompare un perfetto perfettissimo incubo.