Immagine Terminator Genisys

Anteprima Umorale – Terminator Genisys: La promessa di Arnold

La mancanza di James Cameron si sente; non troppo, non in modo plateale, ma si sente. Gli storici spettatori di Terminator, quelli che hanno vissuto la tensione degli inseguimenti senza fine di una pellicola pienamente anni ’80 (sì, c’era ancora la pellicola); quegli stessi spettatori che, sette anni dopo, era il 1991, sono rimasti esterrefatti per gli effetti speciali dello spettacolare Il Giorno del Giudizio cercando poi di dimenticare, probabilmente con una sonora sbornia, il pessimo Le Macchine Ribelli; Quegli spettatori vedranno il film Genisys come un omaggio pieno di citazioni agli unici due film della serie girati da Cameron, lo archivieranno come film piacevole e, a tratti, divertente. Terminator Genisys è un reboot osservato dal punto di vista di Kyle Reese (un pompato e pieno di cicatrici Jai Courtney) che, come da storia del 1984, si offre volontario per proteggere Sarah Connor (una convincente Emilia Clarke, la madre dei Draghi della serie Il Trono di Sapade). Da questo punto in poi la storia diverge enormemente e lascia spazio a uno Schwarzenegger che si autocita e si diverte (anche se non è evidentissimo) a recitare nuovamente la parte che lo ha reso famoso, dopo Conan. La trama, seppur con qualche buco, regge per le oltre due ore di esplosioni, inseguimenti e sparatorie che, va detto, non sono scontate e si lasciano guardare con partecipazione e interesse anche grazie alla CGI sfiziosa e ben fatta, anche per quanto riguarda lo storico T-800 e la scena dell’incontro di Arnold Vs Arnold che mette subito le cose in chiaro fin dal principio. Un reboot niente male che si propone di affascinare sia i nuovi spettatori che i vecchi e che proprio per questa doppia missione si trova a non entusiasmare completamente nessuno dei due. Vedibile e godibile come un film da dopocena che [Leggi Tutto]

Immagine Poltergeist 2015

Anteprima Umorale – Poltergeist: Una storia vintage

E’ complicato. Non il film, che viaggia sulla classica trama della casa invasa dai Poltergeist, come il titolo lascia presumere senza mezzi termini. E’ complicato spiegare il perché questo remake mi sia piaciuto. All’uscita dalla sala ero divertito, forse anche entusiasta, per un film che agli amanti dell’horror potrebbe far provare noia, pena o, nel peggiore dei casi, ribrezzo. Ma cominciamo dal principio: già dal titolo capiamo che la storia verterà su di una casa infestata dai temibili spiriti che si manifestano tramite l’elettricità quindi, se entrerete in sala con l’aspettativa di un film in grado di spaventarvi in modo nuovo, resterete delusi (è un remake, non una copia carbone dell’originale) e inoltre c’è da ricordare che gli horror invecchiano velocemente e che vedere oggi alcuni classici come Psyco o il primo Poltergeist fa più sorridere che provare un vero e proprio spavento. Bisogna anche tenere presente che questo Poltergeist è diretto da Gil Kenan regista di Ember – La Città di luce e Monster House, due film dalle ambientazioni tetre ma tutt’altro che tetri nello stile. Dulcis in fundo: è un film prodotto anche da Sam Raimi, e non è il caso di aggiungere altro. Allora perché ti è piaciuto, direte voi? Perché ho apprezzato la scelta registica sposata a quella di sceneggiatura che iniza con inquadrature strette che fanno sussultare lo spettatore evocando l’invisibile e utilizzando mezzi poveri come palle che rotolano da ambienti vuoti, oggetti che cadono all’improvviso e si spostano quando non sono in campo, fino ad arrivare a inquadrature larghe, effetti speciali a tutto schermo, mondi paralleli e vento e scariche elettriche e vermi e fango e fuoco. Un film costellato dalla classicità dei personaggi, delle battute e dell’ambientazione, unito alla computer grafica moderna che fa fare un salto nel passato usando le tecnologie del presente: [Leggi Tutto]

Fotogramma del film Ted 2

Anteprima Umorale – Ted 2 : Pop-a-Melo

Seth MacFarlane è estroso, esagerato e capace di battute che, a volte, si scontrano con il comune senso del pudore. Il maggior difetto di Ted, è stato proprio quello di non saper scegliere le gag più adatte a un medium cinematografico che è ben diverso dalle sue due opere più riuscite; ricordiamoci, a tal proposito, che MacFarlane è l’autore de I Griffin, serie animata sospesa nel 2002 da Fox e contestata perché non rispettosa della sensibilità dello spettatore. Ma la sensibilità dello spettatore è veramente un parametro di giudizio utilizzabile come cartina tornasole per il valore di un film? Io, personalmente, credo di no. E credo che non lo siate neanche voi (se foste di questo avviso non sareste qui a leggere questa recensione). Ted 2 si caratterizza per avere una trama, finalmente, più lineare del primo episodio, ma altrettanto irriverente: una trama con riferimenti pop e una analisi e battute che si riferiscono alla cultura popolare americana. Chiudendo così il cerchio e rendendo il film un prodotto completo, ben delineato e comprensibile nella trama così da dare più capacità di immedesimazione allo spettatore che potrà sorridere, disgustarsi e, se il doppiaggio sarà all’altezza del testo originale, ridere a pancia piena per la cattiveria di alcuni giochi di parole. Che dire? Un film, a mio avviso, riuscito e pienamente in stile Seth MacFarle. Mark Wahlberg è in parte e funzionale al suo personaggio mai cresciuto e sopra le righe, mentre Amanda Seyfried è una spanna sopra. Ted? Beh, è Ted! Io? Mi sono divertito.

Big Game Fotogramma con Samuel L Jackson e Onni Tommila

Anteprima Umorale – Big Game: effimero è il potere

Big Game è un film che inizia molto bene: il tredicenne Oskari (Onni Tommila) è prossimo a sottoporsi alla prova di sopravvivenza che lo renderà uomo; sopravvivere nei boschi, per ventiquattro ore, cacciando in solitudine. L’inizio, quindi, ha come tematica principale il confronto padre-figlio, la difficoltà di un giovane di raggiungere e superare il proprio maestro. Tematica affascinante e di sicuro impatto. Mi sarei quindi aspettato un film incentrato sulla sopravvivenza dove Oskati, mettendo in pratica ciò che gli è stato insegnato dal padre, avrebbe salvato il presidente degli Stati Uniti, qui interpretato da Samuel L. Jackson, caduto dal cielo a seguito dell’abbattimento dell’AirForce One. Motivazione che sembra inizialmente un po’ forzata, un caso più unico che raro, ma tant’è. A differenza del libro di Dan Smith edito in italia da Piemme, il personaggio di Oskari, interpretato dal bravissimo e promettente Onni Tommilla, è piuttosto passivo e relegato a battute di contorno e ad azioni anticipate da una frasi ad effetto. Visivamente, poi, i troppi rallenty usati per trasmettere un pathos che, sebbene esista, non può essere risolto con il solo mezzo tecnico, rende la regia di Jalmari Helander  troppo elementare, anche se, per verti versi, divertente. Nel complesso è un film vedibile ma così “sopra le righe” da lasciare emotivamente in una specie di limbo tra il divertito e il sorridente, tra l’eccitato per le scene di avventura e il deluso per la non completa affermazione di nessuno dei generi narrativi di cui è composto; almeno dal punto di vista cinematografico. Che Big Game sia uno dei rari casi in cui il libro tratto dalla sceneggiatura si rivela migliore perché più introspettivo, del film?

Fotogramma del film Jurassic World

Anteprima Umorale – Jurassic World: Pianto Antico

Chris Pratt è un buon attore: mimico e brillante, l’ho apprezzato ne I Guardiani della Galassia, ma in Jurassic World recita le parte del texano coatto (forse troppo) anche se con il cuore d’oro. Omar Sy è un eccellente attore: imponente per la sua massa ed espressivo nello sguardo; in questo film è ad un passo dall’essere la macchietta della Mammy di Via col Vento. Jake Johnson è un bravo attore e dalle qualità molteplici: comico e con il suo sguardo da “cucciolo”, mi ha fatto ridere in New Girl anche per la sua capacità di dire una parola e far capire l’esatto contrario con la sua mimica; in questo film, è un personaggio di contorno, inutile, stupido e tartassato. Nel complesso nessun attore è fortemente fuori parte, anzi, ma sembrano sottovalutati e sminuiti nelle loro potenzialità. Jurassic World è un film fortemente orientato verso il pubblico e le loro richieste; talmente orientato da far dimenticare il senso ultimo che ha un film: raccontare una storia, far sognare, illudere e stupire. In questo ennesimo sequel di Jurassic Park, invece, si predilige il target statistico, il target standardizzato dei focus group a scapito della trama (prevedibile e scontata), a scapito della regia (vecchia di almeno venti anni pur sfruttando il 3D) e, a conti fatti, a scapito del film stesso che si trascina nella mediocrità della storia, nella mediocrità delle battute, nella mediocrità della regia che sembra aver paura di esprimersi oltre la coniugazione dei verbi all’infinito. Per non parlare della colonna sonora e della musica prosaiche anch’esse ai livelli di un buon tema delle elementari. Perché proprio quella è l’età scelta dal target: un bambino sotto i dieci anni e qualche nonno. Tutta colpa della regia decisamente antica e televisiva di Colin Trevorrow? Anche. L’impressione è che Jurassic World non [Leggi Tutto]

John Jarratt in Wolf Creek 2, fotogramma

Anteprima Umorale – Wolf Creek 2: un’icona Horror

Greg McLean aveva fatto parlare molto di sé già al Sundance Film Festival del 2005 con il primo Wolf Creek; poi un lungo silenzio durato otto anni interrotto brevemente nel 2007 con Rogue. Uno dei più promettenti registi di thriller/horror si è fatto attendere, desiderare, dimenticare. Ma non è forse proprio quando si dimentica qualcosa che se ne sente nuovamente il bisogno? Quando si dimentica il sapore di qualcosa è il ricordo che ci spinge a ricercare nuovamente quell’emozione, quel sapore e, in questo caso, quel film. E diciamocelo, un Thriller/Horror, ben fatto, mancava proprio. Così, come un fulmine a ciel sereno, dopo otto anni dal primo episodio low budget e girato in poco meno di un mese Greg McLean, questa volta affiancato dallo sceneggiatore Aaron Sterns è tornato con il secondo episodio di quella che, a mio avviso, ha il potenziale per diventare una serie di film di ottimo livello. Affascinante come Nightmare on elm street, teso come Saw – L’enigmista e girato con un talento; questo è Wolf Creek 2. Migliorato rispetto al primo, anche graziead un budget superiore che permette al regista di indugiare sulla componente cruenta e, per certi versi, splatter, Wolf Creek 2 riesce a mantenere le stesse atmosfere tratteggiando ulteriormente la figura del serial killer Mick Taylor che, con la sua virtuale onnipresenza nell’outback australiano assurge allo status di icona del male pur restando ancorato alla suo essenza umana, e disumana, di uomo che odia i turisti, gli inglesi, i francesi, i crucchi e la razza umana in generale. Mick è anche un personaggio non particolarmente brillante, ma dimostra come il male sia, in fin dei conti, di una semplicità quasi elementare. Ed è proprio questo il suo fascino. Grazie ad un John Jarratt in uno stato di grazia, la nuova icona horror oscilla tra l’essere [Leggi Tutto]

San Andreas

Anteprima Umorale – San Andreas: ognun per sé e Dio per tutti!

San Andreas è un disaster movie, e se pensate anche solo vagamente di andarlo a vedere, non potete aspettarvi dialoghi raffinati e una trama complessa. E questo è un fatto. Comunque la pensiate, San Andreas nel suo complesso è più che godibile per vari motivi, uno dei quali è una regia funzionale, estrema, e in alcune scene decisamente originale. Le riprese aeree, le onde d’urto sulla terra sono, a dir poco, spettacolari come i grattacieli che si disintegrano al confronto della violenza incontrastabile di qualsiasi terremoto di magnitudo superiore a sette. Un 3D molto spinto e ben calibrato, lascia attoniti di fronte alle immagini che scorrono davanti agli occhi per tutti e 120 i minuti, accentuando la tensione per quello che sta per succedere e che, nonostante le battute secche e banali, servono solo a dare respiro allo spettatore pronto a rituffarsi in altre spettacolari scene che prevedono: elicottero, aereo, paracadute, gommone e immersione senza bombole. C’è anche il rafting, ma solo raccontato. Un film che mi ha ricordato lo spirito di Indipendence Day anche se molto meno nazionalista ed autocelebrativo. San Andreas è spettacolare e visivo, una montagna russa che corre, sale, scende, accelera e rallenta e dove il dramma della morte è solo un’idea, un’ipotesi vaga perché la volontà è tutto, e la famiglia dà quella spinta che rende gli eroi ancora più eroi e i codardi e ricchi, ancora più codardi. Una celebrazione del selfmade man familiare che, abbandonato il cliché del seduttore o del’intellettuale si focalizza sull’essere padre e difensore. Al netto delle elucubrazioni astratte, però, la trama è questa: Dwayne Johnson è un pompiere pluridecorato. Alexandra Daddario è sua figlia, Carla Gugino è la sua ex-moglie, Ioan Gruffudd è il nuovo compagno della ex-moglie e Dwayne The Rock Johnson sarà impegnato in tutto il film a [Leggi Tutto]

Fotogramma Hybris Lorenzo Richelmy

Anteprima Umorale – Hybris: Ibrido?

Giuseppe Francesco Maione, il regista, ha solamente ventidue anni; forse pochi per aspettarsi un’opera totalmente originale, ma che sa farsi rispettare. Il film narra la storia di quattro giovani: Lorenzo Richelmy (Fabio, un vecchio amico di Valerio), Guglielmo Scilla (Alessio, ragazzo di Penelope), Claudia Genolini (Penelope detta Penny) e Tommaso Arnaldi (Marco, il fratello di Penny). I quattro si riuniscono per dare l’ultimo saluto a Valerio, un loro amico morto da poco. Le ultime sue volontà sono, infatti, che i quattro passino la notte nella sua casa nel bosco. Punto. La storia di sviluppa interamente in questo ambiente chiuso e claustrofobico. E’ una storia che mescola il soprannaturale al paranoico, il rancore al desiderio, le allucinazioni auditive a quelle visive. Maione non si fa scappare nulla creando una storia che, pur non lasciando del tutto convinti, può piacere. Una regia pulita, una sceneggiatura non sempre convincente (soprattutto nelle fasi precedenti ai colpi di scena) e un audio in certi momenti decisamente pessimo riducono la godibilità di un film che, fino a quando non sfocia nel mistico, scorre sufficientemente bene e si lascia guardare in attesa di scoprire il bandolo della matassa. Sta quindi allo spettatore decidere se la Tracotanza (Hybris appunto) della recitazione, dell’omogeneità del film siano un pregio o un difetto perché, a mio avviso, è proprio in questa oscillazione ibrida e non omogenea e nello spiegone finale che il tutto si arena e non sorprende; segno di un talento che è presente sebbene non ancora pienamente sbocciato.