Occhio disegnato

Schivò il coltello

A volte, hai solo voglia di scrivere, così escono fuori questi piccoli racconti. Schivò il coltello che gli veniva incontro gettandosi a sinistra e ruotando il corpo dalla parte opposta, come gli era stato insegnato al corso di arti marziali. Era sbilanciato e stava per cadere ma, appoggiando a terra la mano destra, riuscì a fare perno ed a darsi lo slancio per tornare in piedi velocemente. Cominciò allora a saltellare sul posto per concentrarsi e non essere preso alla sprovvista. Gli occhi fissi sul nemico e la determinazione che trasudava dai pori assieme all’adrenalina erano tutto ciò di cui aveva bisogno perché questa era la volta buona, se lo sentiva: avrebbe sconfitto il Nemico ad ogni costo. Anche a rischio di pedere un braccio. Improvvisamente, un calcio comparve dal basso e gli sfiorò lo zigomo. Bruce riuscì a piegarsi all’indietro sferrando un potente calcio nel petto dell’aggressore che, però, parve non subire alcun danno visibile. Il Nemico restò a guardarlo mentre Bruce, con un salto laterale, schivò il vaso di fiori che stava cadendo dall’alto e che si frantumò in mille pezzi con un’esplosione di terra e petali. Aveva appena commesso un’errore da dilettanti: si era illuso di averlo colpito nel vivo. Il Nemico è invincibile per definizione, questo lo sapeva, anche se sperava che fosse solo una leggenda. Attaccare non gli era concesso, erano le regole. Poteva colpirlo in risposta, ma solo se fosse stato il Nemico in persona a sferrarlo: ciò che veniva tirato contro Bruce, doveva essere schivato. Solamente evitato. Ma anche se il Nemico avesse sferrato un colpo, quale poteva essere il suo punto debole? Forse la testa? Si stava deconcentrando. Se ne accorse all’ultimo momento, e fu solo grazie al suo sesto senso che evitò la freccia avvelenata che stava arrivando dal buio alle [Leggi Tutto]

Ir2334 Grosseto-Roma

Ho scritto questo racconto per il concorso “Scrivi sul web” indetto dalle Ferrovie dello Stato. Non è stato selzionato ma ho deciso di darlo in pasto al web in ogni caso. Ir2334 Grosseto-Roma Il Treno sta entrando in stazione come nel filmato de “La Ciotat” nel 1895; ma questa volta è notte ed i treni a vapore sono un lontano ricordo. Come la serata appena trascorsa. E’ un giorno qualsiasi del 2007; ed è solamente grazie alla mia fantasia che riesco ad unire i due eventi, così distanti tra loro da diventare piccoli attimi che galleggiano nella storia. Molecole di ossigeno respirate semplicemente, lentamente, senza accorgersene. I treni sono più veloci, più moderni. Eppure, come quando guardiamo due persone estranee baciarsi, ed inevitabilmente la mente divaga, si astrae, ricorda, associa, così io divago, mi astraggo, ricordo la prima volta che vidi un treno entrare in quel modo. Partiva in lontananza, inclinato sulla sinistra rispetto al mio campo visivo. Lo sentivo avvicinarsi. In silenzio. Era l’attesa del suono, la voce del locomotore, a far sussultare le mie emozioni; quel suono che qualcuno chiama rumore ma che io ho sempre chiamato casa: alla partenza per un viaggio sono sempre preso da mille preoccupazioni. Mille problemi. Il ritorno è diverso. Il ritorno è riscoprire quello che ho già visto con occhi nuovi. Per me lo è da sempre, e spero lo sia per sempre. Il Treno si avvicina. La sorpresa di una velocità, che, a causa della prospettiva aumenta, mentre nella realtà sta diminuendo e si appresta a fermarsi è quello che mi fa tenere gli occhi incollati. Ogni volta. Come la prima volta. Guardo l’orologio: le cinque. La logica avrebbe voluto che il treno fosse vuoto. Ma la logica, spesso, ha la peggio quando si parla di esseri umani: Il treno è [Leggi Tutto]

Diletta

Questo racconto è stato scritto per il concorso “Menostorie”. Lughezza predefinita, tema ironico. Bon Appétit! Diletta Ci sono dei giorni in cui ti senti svuotato. Vi è mai capitato? Inizia con un piccolo mal di testa, un istante prima sei felice, completamente appagato dal tuo essere ed un attimo dopo, vieni travolto dalla vita. Tutto intorno comincia a cambiare: le tue convinzioni si ribaltano, ruotano, ti senti sottosopra. E poi viene il freddo. Non è proprio lo stesso freddo che si sente quando si sta aspettando l’autobus sotto la pioggia, non ci sono taxi e il vicino fuma un sigaro che odora di zampirone, ma è lo stesso senso di gelo che sembra quasi partire dall’interno. I brividi della solitudine. E pensare che pochi mesi fa, di questi tempi avevo una moglie. Diletta è stata l’unica, la sola, che mi abbia mai rubato il cuore. Mai nessun altra mi è stata vicina così a lungo. Tra di noi c’era un feeling, una attrazione cosmica che ci faceva stare accanto l’un l’altra senza sentirci soffocati: l’ideale di ogni rapporto di coppia. Vivevamo le nostre esistenze indipendentemente l’uno dall’altra ma sempre con questo Karma che ci univa. Così, ci sposammo. Tutti e due andavamo orgogliosi delle nostre fedi di plastica. Le sfoggiavamo accanto ai nostri amici, come se fossero non solo il simbolo, ma una promessa eterna; anche se poi l’eternità è più che altro un idea che non un dato di fatto. Inevitabilmente arriva la fine di ogni rapporto. Così, anche per noi, l’eternità ad un certo punto finì. Era ottobre, Diletta senza dire una parola si tolse la fede e se ne andò; ed io, ne fui quasi sollevato. Sì insomma non si può stare con la stessa lattina per tutta una vita! Andiamo! Il mondo è pieno di lattine, [Leggi Tutto]

Il Cercatore

Indovinate un po’? Questo racconto l’ho scritto per Parole in Corsa 2007… comincio a sentirmi monotono… Enjoy!   <<Quelle braccia sono troppo magre – pensò – e delle braccia troppo magre non stringono bene. Non sono… vive>>. Vide un’altra donna, decisamente più in carne. Spense la sigaretta, e ne accese subito un’altra. << D’altro canto, delle braccia troppo grasse, dopo poco diventano sudate ed appiccicaticce; come quelle di Valeria, gran bella donna Valeria ma, mancava di qualcosa. Forse le braccia potevano anche andare, ma era troppo goffa.>> Pensato questo, si guardò nuovamente intorno. Nessuna donna da circuire o sedurre. E il suo obiettivo era sempre più lontano. Si era fatto tardi e la strada, ancora per poco, piena di auto, stava per diventare area pedonale. Cinque uomini in divisa stavano mettendo a terra i segnali per bloccare il traffico, lenti e misurati nei movimenti come se non volessero sprecare troppe energie per eseguire un ordine in cui non credono. Spense la quarta sigaretta fumata negli ultimi venti minuti, e prese la macchina per cambiare zona. Mentre la macchina procedeva a passo d’uomo per le strade, guardava le donne, soprattutto le loro braccia, perché è lì, diceva, che si può capire se sanno amare. E’ facile mentire con le parole, ma è impossibile mentire con il corpo. Suo nonno diceva che la stretta di mano è il primo e il più genuino modo di presentarsi: ti fa capire se la persona che hai di fronte è sincera o pronta a fregarti. E Pierre aveva scritto un suo piccolo corollario alla regola: L’abbraccio è il primo modo in cui si manifesta l’amore. Da quello è possibile capire la profondità del sentimento. Parcheggiò velocemente e si incamminò verso il centro del secondo paese. Anche questa volta niente, nessuna donna corrispondeva ai requisiti che si era [Leggi Tutto]

Mi Voglio Fermare

Questo ennesimo micro-racconto è stato segnalato al concorso “Poche Storie… una cosa che so dell’Italia”. Decisamente critico riguardo al nostro paese. Premiazione al Teatro Palladium di Roma. Foto di Matteo Barale. Sì lo so…. è la stessa della raccolta di poesie… uffaaa!   Era intento a lavorare sulle pratiche con le spalle incurvate e la testa china, quando Lionel entrò nella stanza e sgarbatamente chiese: <<Dove diavolo è il protocollo Walker?>>. Lionel, il capo, sapeva di non poter usare la parola “cazzo” davanti al vecchio Edward. L’anziano archivista della società. <<Settore 4 Direttrice B-32>> rispose il vecchio, senza distogliere lo sguardo dai documenti. Lionel si mosse nell’archivio con la stessa goffaggine di un gatto che cammina sul ghiaccio per la prima volta, poi uscì visibilmente soddisfatto. <<Però, è ancora in gamba per la sua età>>, pensò Lionel mentre tornava al suo ufficio <<sarà un peccato licenziarlo, ma un computer è meno costoso e sempre disponibile>>. <<Bastardo>> pensò Edward, <<lo so che lui e la dirigenza vogliono un computer al mio posto, ma prima di essere licenzito da quel leccaculo me ne andrò da solo. Ventiquattro anni di onorato servizio e mai un ritardo, mai una lamentela. Ventiquattro anni di merda passati in questo ufficetto in una penombra eterna.>> Edward tirò fuori la colazione e con noncuranza addentò il panino al tonno. <<Bastardo>>, pensò nuovamente. Era venuto il momento di cambiare lavoro. Città. Forse addirittura paese. Ma dove andare? L’europa non è poi così grande come sembra, ed io sono vecchio, troppo vecchio per ricominciare da capo. Troppo “obsoleto” per essere competitivo. Non rimane che cercare un posto dove morire. Un paese che mi faccia morire in santa pace. Il protocollo Lewis è nel settore 5 Direttrice C-21. Devo trovare un paese dove si può morire dimenticati da tutti, dove le [Leggi Tutto]

Doppia Zeta

Sempre per il concorso Parole in Corsa indetto da Trambus… ho scritto un secondo racconto.. Visto il corto che ho scritto successivamente… dovevo essere ossessionato dalle zanzare 🙂     Una goccia di sudore scendeva dalla tempia al collo, ed era tutto normale per una notte d’estate passata in città. Qualche ragazzo in strada stava ancora festeggiando il sabato sera con grida e sgommate, mentre Neri cercava di dormire. La radiosveglia, impettita e sicura del fatto proprio, continuava a segnare il tempo senza un minimo di ripensamento. Neri si girò su di un fianco e ricominciò a contare. Uno, due, tre, quattro… centosedici… duemilaquarantasei. Zz. <<Una zanzara?>> si chiese. Poi il silenzio, le risate di alcune donne e quattro portiere che si chiudono. L’uomo riprese a contare ma, questa volta, barando: mille e tre… Zz. Un corpo non meglio identificato gli si appoggiò sul naso e Neri mosse istintivamente le narici. Zz. La Zanzara, adesso ne aveva la certezza, continuava imperterrita a volergli succhiare del sangue come un vampiro in miniatura che non fa altro nella vita che mangiare e riprodursi. Un vero parassita. Forse il rumore del suo volare poteva anche essere sopportato, ma il suo modo di vivere decisamente No. Era un zanzara; e lui odiava le zanzare nell’accezione più splatter del termine. Le vene sulla fronte gli si gonfiarono, il respiro accelerò e Neri, investito dal tumulto dell’istinto, saltò giù dal letto ed accese la luce. Fece appena in tempo ad intravederla che usciva dalla camera da letto. Si precipitò nel corridoio ed accese la luce anche lì. <<Eccola la stronzetta – borbottò fra sé – Aspettami che arrivo>>. La Zanzara, accanto ad uno degli interruttori, lo stava aspettando quasi volesse assecondare la sua furia. Neri si avvicinò lentamente. Ora non era più un uomo, ma un felino pronto [Leggi Tutto]

Ore 4 – Selezione Naturale

Una città addormentata e in piena fase r.e.m. lo guardava da fuori la finestra mentre si stiracchiava saporitamente braccia e gambe. Si era appena svegliato da un sonno profondo ma tormentato dal solito incubo: decine, forse centinaia di facce che lo guardavano con aria di disapprovazione e biasimo. Quegli occhi, bianchi come uova sode lo facevano sentire di nuovo bambino, quando sua madre gli diceva di non prendere i giochi a Katia, la sorellina, e lui si chiedeva perchè non potesse. Rubare i giochi degli altri e far sparire le bambole alle bambine, quello si che era facile! Quello si che era una pacchia! Ma ora i sogni lo tormentavano. Non più le mani pesanti del padre o quelle affusolate e determinate come una frusta della madre, ma i sogni: delicati come caramelle e infidi come la sabbia dopo un bagno. Sogni di biasimo però. Il Biasimo! Che schifo di sentimento, pensò, mentre guardava la città silenziosa. Il Biasimo non è un sentimento, l’odio è un sentimento quella forza che ti permette di ottenere tutto quello che desideri, e Victor questo lo sapeva bene perchè era stato proprio l’odio a guidarlo in tutta la sua vita. L’odio per chi aveva qualcosa in più, fosse anche solo una maglietta firmata, fosse anche solamente un dvd con l’ultimo film campione di incassi. Si sedette. Il tavolo di mogano gli era costato un occhio della testa ma era decisamente bellissimo; bellissimo e perfetto come il suo padrone. Versò dello zucchero nella tazza, due cucchiaini, poi i fiocchi d’avena ed infine il latte freddo. Girò il tutto e cominciò il suo solito monologo interiore. La colazione è il pasto più importante della giornata. Gnam Ed io lo so bene. Anni di palestra e pesi. Anni a massimizzare il mio corpo curando ogni minimo particolare [Leggi Tutto]

L'uomo dalle scarpe croccanti

Questo racconto è stato scritto per il concorso Parole in Corsa, nel lontano 2004… bei tempi! Non avevo ancora i capelli grigi. Ma ero anche meno saggio. La Casa Editrice Full Color Sound lo ha pubblicato in una raccolta. E’ stato letto durante la serata di premiazione da Pamela Villoresi.   <<Vuole sedersi?>> Una voce maschile che si muoveva in modo ascendente sgorgò dal nulla. <<Certo>> risposi prontamente. La mano dello sconosciuto prese la mia e sostenendola delicatamente, ma con fermezza, mi indicò dove sedere. Non era certo la prima volta che qualcuno mi offriva il suo posto sulla metropolitana, per una donna cieca è quasi all’ordine del giorno, ma la voce dell’uomo aveva un suono talmente leggero nella sua profondità che rimasi quasi ipnotizzata. Una tranquillità che non avevo sentito nella voce del mio maestro Zen né in nessun’altro. Mi concentrai per “guardarmi” intorno: la donna alla mia destra stava sfogliando il giornale, uno di quei giornali Free-press che si trovano in distribuzione gratuita. L’odore era quello di carta stampata di fresco ma, il frusciare dei fogli morbido e colloso era sicuramente di un giornale non comprato in edicola. La coppietta a poco più di un metro da me, sulla destra, stava parlando di vestiti, e la suora seduta alla mia sinistra sgranava un rosario. Ma d’un tratto mi accorsi che mancava qualcosa. Non riuscivo a sentire completamente lo spazio intorno a me. Davanti, dove era sicuramente l’uomo che mi aveva ceduto il posto, non riuscivo a sentire niente. Come un vuoto nello spazio e nei suoni. Allungai la mano e urtai qualcosa: del velluto. <<Sono io. Sono ancora qui>> Ritrassi subito la mano, e dovevo essere diventata rossa perché l’uomo emise un suono simile ad una risata divertita, ma dolce come quella di un bambino. <<Mi scusi!>> dissi imbarazzata [Leggi Tutto]